Sai di essere nel pieno centro di Milano quando ti ritrovi in un dedalo di stradine costellate di piccole meraviglie in cui perdere l’orientamento è una prassi consigliata. In una di queste vie, dentro a uno splendido edificio di aria Liberty inaugurato nel 1908, ha sede il Circolo Filologico Milanese, fondato nel 1872 da Eugenio Torelli Viollier (che non contento qualche anno dopo fondò anche il Corriere della Sera). Oltre a potersi vantare di una delle biblioteche più ricche e affascinanti della città, con tanto di porte segrete fra i libri (infatti non dire in giro che te l’abbiamo detto), il Filologico è la più antica associazione culturale di Milano. Lo scopo principale del Circolo, dalla sua nascita, è sempre stato promuovere e diffondere la cultura soprattutto tramite lo studio delle lingue, per questo ancora oggi al Filologico si possono studiare praticamente tutte le lingue del mondo — metteteli alla prova se non ci credete. Noi siamo andati a trovare una classe che pratica e mantiene viva una lingua in via d’estinzione: il Milanese. Al contrario di quello che i film dei Vanzina potrebbero farci pensare, il milanese non è una lingua da baüscia (a dire il vero quello è più il brianzolo) ma è una lingua popolare e quindi molto arguta, colorita e ironica. Questo lo rende un mezzo perfetto per chi ama scrivere poesia come Paola Cavanna, che cura il laboratorio di poesia e insegna conversazione (mentre la parte di grammatica è curata da Edo Bossi). L’abbiamo incontrata insieme a Mariella Pellizzeris, responsabile e coordinatrice del corso di milanese, e ci siamo fatti raccontare la storia e soprattutto il futuro di questa sezione del Filologico.

Foto di Alice Gemignani

Paola 

Sono nata a Milano, ma in casa mia il dialetto non si poteva parlare: dall’avvento del Fascismo i dialetti erano stati abbandonati, invisi, addirittura i teatri dialettali erano stati chiusi, e anche nel dopoguerra ancora vigeva la coda lunga delle leggi fasciste, quindi si usava parlare unicamente in italiano. Questa cosa ha molto danneggiato la mia generazione, e anche quella successiva, poi negli anni Settanta, anche grazie ai movimenti politici di quell’epoca, ci fu un ritorno al dialetto, ma ormai il danno era fatto, il milanese era diventato una lingua secondaria.

In casa mia c’era un precedente: il mio prozio era Cesare Cavanna, che oltre ad essere il tipografo che sistemava le poesie del Marinetti era anche un ottimo poeta dialettale. Io l’ho conosciuto unicamente attraverso i suoi scritti, che comunque non ero autorizzata a leggere. Sarà stato questo fascino del proibito, ma anche la disobbedienza—in un momento in cui la disobbedienza era importante—ad avvicinarmi alla poesia in milanese. Io avevo cominciato a scrivere in italiano sin da piccola—forse questa esigenza di scrivere era un problema di famiglia—ma soltanto intorno agli anni Settanta ho cominciato a scrivere in milanese: avevo visto sul giornale che Anna Carena, una grande attrice milanese, organizzava un concorso dedicato esclusivamente alle poetesse milanesi. Quindi figurati, io bruciante di femminismo, con una lingua di disobbedienza, non potevo trovare di meglio. Ho mandato una poesia che ho scritto servendomi di un vocabolarietto, senza coscienza, e naturalmente con la fortuna dei neofiti sono stata addirittura segnalata e la poesia è stata letta al concorso. Quella stessa sera incontro questa splendida donna che era la Franca Brambilla che mi prende per il coppino e mi dice ‘Bella la poesia peccato l’è tutta sbagliada.’ Ma come, le dico, l’ho fatta col vocabolario… ‘Ma lassa stà el vocabolari, ven chì che te foo cognoss ona persòna.’ E mi presenta l’ing. Cesare Comoletti, che era il responsabile della grammatica del Circolo Filologico. E infatti in ottobre mi iscrivo al corso e seguo le sue lezioni di grammatica e quelle di letteratura, metrica e versificazione del dottor Claudio Beretta. Mi si era spalancato un mondo! Conta che io lavoravo in una compagnia di assicurazioni, per cui tutto questo per me era più che meraviglioso, non ero mai stata al cospetto di tutta questa letteratura. La poesia in milanese è sempre stata la mia via di fuga, quella che mi ha impedito di non uccidere nessuno con 42 anni di assicurazioni! [Ride] Comunque dal 2010 sono in pensione, e lavoro il doppio di prima. Continuo a scrivere libri di prosa e poesia, in italiano e in milanese. Poi il milanese diventa via via il mio mezzo principale d’espressione, fino a pubblicare due antologie molto importanti per me che si chiamano Dòna de Cent Color e Stria in Ciel, in tutto duecento ritratti di donne.

Con grande dolore, ventidue anni fa lascio il Filologico e vado a lavorare in una biblioteca civica in Barona dove apro il mio corso di milanese. Comincio a insegnare grammatica e tengo un laboratorio di poesia. All’improvviso poi succede che tre anni fa mi richiama il Circolo chiedendomi di tornare come insegnante e anche grazie a Mariella, che mi ha sempre spalleggiato, ho deciso che era il momento di farlo.

 

Foto di Alice Gemignani

Mariella

Io sono arrivata al Filologico nel 1989 e la prima persona che ho notato è stata proprio Paola. Perché era per me di un’antipatia incredibile. Arrivava in classe con tutta la sua cartella piena di scartoffie e di un sacco di fotocopie che distribuiva. Facevamo il dettato e Paola non sbagliava mai niente, sapeva tutto, arrivava coi suoi tacchi altissimi e io la detestavo. Poi, come succede sempre, siamo diventate amiche. Cesare Comoletti era un maestro bravo e simpatico, mentre Beretta aveva un approccio piuttosto scostante: le sue lezioni di letteratura a volte erano così difficili da diventare incomprensibili. Quando lui spiegava non ammetteva che si arrivasse in ritardo nemmeno di un minuto, anzi cominciava con due minuti di anticipo. Alla prima lezione del corso monografico su Carlo Porta sono arrivata che aveva appena iniziato a parlare: non mi ha neppure permesso di andarmi a sedere al banco e mi ha fatto stare seduta vicino alla porta tutto il tempo. Poi alle sue lezioni si usava la graticola: se qualcuno di noi aveva scritto una poesia, la presentava in sacrificio alla classe e gli altri gliela facevano a pezzi. Insomma, aveva un approccio che non definirei morbido. Solo col senno di poi, quando è mancato, mi sono resa conto che è stato un grande studioso ma anche un ottimo insegnate.

Sono rimasta al Filologico anche dopo che Paola se n’è andata, e anche se, dopo qualche anno, per varie vicissitudini, la sezione ha iniziato a sfasciarsi. Quando ho capito che qui non avevo più niente da imparare, pur rimanendo socia del circolo, ho deciso di andare a vedere cosa stava combinando Paola nel suo corso. E devo dire ci sono andata piena di pregiudizi nei suoi confronti, e anche un po’ timorosa perché non avevo idea di come mi avrebbe accolta. Invece ho trovato un bellissimo ambiente, per cui quando, dopo un anno, ho ripreso a frequentare il Filologico, sapevo che dovevamo cambiare un bel po’ di cose. Mi rendevo conto di quali fossero le pecche di questa sezione e, poiché avevo già testato il metodo di insegnamento di Paola nell’altra scuola, quando è tornata ero certa che avrebbe rivoluzionato la situazione. Quando mi è stata affidata, questa sezione contava pochissimi iscritti (nemmeno tutti frequentanti) e quindi a entrare in classe c’era da piangere. Adesso ne abbiamo 47. Quando Paola è arrivata qualcuno dei vecchi alunni l’ha guardata un po’ storto perché era una figura decisamente opposta a quelle a cui eravamo abituati; invece adesso la amano tutti. Paola è una trascinatrice, oltre ad essere bravissima. In parallelo ho fatto la corte anche a Edoardo Bossi, il nostro insegnante di grammatica, che era andato via quando se n’era andato l’ing. Comoletti: e dopo aver riportato a “casa” entrambi, insieme a loro abbiamo vivacizzato il corso con mille nuove iniziative come ad esempio “A spass insèma” e “A Milan gh’è… t’el cognosset?”

Foto di Alice Gemignani

Paola

Per me anche scrivere in italiano è gratificante, ma in milanese lo è di più. È il suono della parola che ha tutto un suo fascino personale. Quando la parola diventa canto e la senti più in milanese che in italiano capisci che quella è la tua lingua del cuore. Il milanese non ha certo tutti i sinonimi dell’italiano, ma è ricco di peculiarità che possono emergere soltanto attraverso una lingua del popolo, perché il popolo ha tutto un altro colore per esprimere i sentimenti e soprattutto l’ironia. Ad esempio anziché dire a qualcuno che è un cretino in milanese si può dire “A Sant Orlocch te mandi on mazz de fior” (A Sant’Allocco ti mando un mazzo di fiori), un’espressione piena di sarcasmo che la lingua italiana si sogna. Poi a me piace moltissimo la “esse” che in milanese apre a un mondo sonoro molto più vario e affascinante rispetto all’italiano. Cosa ci posso fare? Le parole in milanese hanno un’anima, e un cuore che batte all’unisono col mio.

E se tu hai un amore forte, come quello che ho io per questa lingua, devi essere così generoso da trasferirlo, altrimenti non serve a niente, muore, implode. Insegnare vuol dire lasciare il segno, se io non so lasciare il segno non sono una brava insegnante. Il mio entusiasmo deve trasmettersi ai miei alunni, e per farlo bisogna trovare il modo giusto per coinvolgerli. Ad esempio facciamo la nostra “Ora Legriosa” (Happy Hour), andiamo a bere l’aperitivo insieme, leggiamo le poesie che ognuno scrive e lo facciamo senza graticola (diciamo che li graticolo in privato). Questo metodo l’ho imparato nei quindici anni in cui andavo nelle scuole elementari della Barona a portare il milanese ai bambini. Il segreto è trattare gli adulti allo stesso modo, soprattutto quando gli adulti sono pensionati e ritornano ad avere un cuore puro, non inquinato dal lavoro, dallo stress… La cosa più bella è che da noi ci sono anche persone che prima di iniziare il corso stavano attraversando una crisi esistenziale e in questo corso hanno trovato una distrazione e uno sbocco. L’età di frequentazione è medio-alta, c’è anche un signore eritreo che si fa chiamare Gaber e ha lavorato per tutta la vita a Milano. Faceva il consulente finanziario e si è ripromesso appena fosse andato in pensione che si sarebbe iscritto al corso di milanese. Anni fa abbiamo avuto una signora americana che ha tenuto duro e ha imparato anche se parlava un po’ come Stanlio e Ollio. Da quando ho cominciato a insegnare io dico sempre che per una cosa che insegno ne imparo tre, e devo dire che sono molto soddisfatta di quello che stiamo facendo insieme.

Foto di Alice Gemignani

Di solito per le mie lezioni preparo sempre l’esegesi di una poesia in modo da far entrare gli allievi nel succo della questione, oppure preparo giochi alla “trova l’intruso” sulle parole in modo da ampliare il loro vocabolario. E poi ci sono le improvvisazioni: scenette in cui gli alunni si allenano nella conversazione in milanese. In questo modo la classe inizia a prendere confidenza sia con la scrittura che con l’interpretazione: questo ci permette di uscire dalle mura del Filologico, di portare in giro quello che scriviamo, che è una parte fondamentale. Andiamo in centri per Anziani, organizziamo tour guidati della città, siamo tornati anche dai bambini e abbiamo creato un testo in milanese che è stato distribuito in tutte le elementari di Milano. Abbiamo tradotto i Vangeli, abbiamo tradotto la guida audio dei tour-bus di Milano, così se vuoi puoi ascoltarla in milanese. Per me la cosa più importante comunque è che gli alunni pubblichino, che scrivano le loro poesie: è il modo per creare un futuro a questo corso, oltre che a questa lingua.


*5 posti di Milano consigliati da Mariella

Museo della macchina per scrivere in via Menabrea 10

Presepio del Londonio nella chiesa di San Marco

Chiesa di Santa Maria alla Fontana : il retro con la fonte miracolosa

San Bernardino alle ossa

Casa museo Mangini Bonomi di via dell’Ambrosiana

 

*5 posti di Milano consigliati da Paola

Ponte delle Sirenette – Parco sempione

LA FONTANA DI SAN FRANCESCO – Chiesa di Sant’Angelo  omonima piazza

SCROFA SEMILANUTA  – Palazzo della Ragione in piazza Mercanti

MONUMENTO A CARLO PORTA – Via Larga

BASILICA DI SANT’AMBROGIO – omonima piazza



Circolo Filologico Milanese
Via Clerici 10, Milano
☎︎ 02 8646 2689

Aperto
Lun-Ven 10:30–13:30 14:30–18:30
Sab 10–13

Metro M1 Cordusio
Tram 1, 2, 12, 14, 16, 19 Cordusio

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