In Italia abbiamo almeno due certezze: la pizza e il calcio. Se passi per Milano, in particolare, ti capiterà di avere a che fare con parecchi interisti e altrettanti milanisti. Siccome il calcio è un linguaggio universale abbiamo pensato di chiedere a Federico Aquè e Francesco Lisanti de  L’Ultimo Uomo di scriverci una guida. Prendilo come un breviario di conversazione, caso mai ti capitasse di berti una birra insieme a un amico tifoso. 

Le due anime di Milano, quella che lavora sodo e quella che sogna in grande, sono sempre in lotta, così come, da più di un secolo, i milanesi assistono al duello tra le due squadre della città, Inter e Milan, e tra le due tifoserie, Baùscia e Casciavìt—epiteti che originariamente stavano a indicare la provenienza sociale dei supporter: interisti fighetti e milanisti operai. Le cose sono cambiate nel tempo, ovviamente, e in particolare con l’acquisto del Milan da parte di Silvio Berlusconi, che a un certo punto andava dicendo di essere un Presidente-operaio, ma di fatto non è che fosse il modello di working class hero che uno si sarebbe immaginato. Così oggi Inter e Milan sono due sorelle che condividono lo stesso destino, tanto che entrambe sono state adottate da padri cinesi e, così simili ma così diverse, continuano a dare spettacolo l’una contro l’altra tenendo Milano e tutta Italia col fiato sospeso. Ma ora veniamo al sodo.

 

ARGOMENTI PER ATTACCARE BOTTONE CON UN MILANISTA 

Cosa sapere sulla scorsa stagione

Un anno fa il Milan era forse la squadra più attesa del campionato. L’era di Silvio Berlusconi si era chiusa dopo 31 anni e la nuova proprietà cinese si era presentata investendo oltre 200 milioni di euro sul mercato per acquistare ben undici giocatori. Tra questi il più importante era Leonardo Bonucci, la colonna attorno a cui costruire la squadra, con tanto di investitura simbolica a nuovo capitano.

Lo scorso agosto Bonucci è però tornato alla Juventus, e non c’è immagine migliore per descrivere il fallimento dei progetti cinesi. La stagione del Milan è stata ben lontana dalle ambizioni e dall’entusiasmo che hanno accompagnato la grande campagna acquisti. A pagare per primo è stato Vincenzo Montella, esonerato dopo uno 0-0 contro il Torino, con il Milan all’ottavo posto e a 12 punti dalla qualificazione in Champions League.

Per sostituire Montella è stato quindi promosso Gennaro Gattuso, che era tornato in rossonero come allenatore della squadra Primavera. Con Gattuso, il Milan era migliorato fino a sfiorare la lotta per la Champions League e arrivando in finale di Coppa Italia. L’annata si è però chiusa in modo deludente, con un altro sesto posto e una netta sconfitta per 4-0 in finale di Coppa Italia contro la Juventus.

 

Un altro cambio di proprietà

A conti fatti, il Milan ha vissuto l’ennesima stagione di transizione, nonostante le aspettative suscitate dalla nuova proprietà cinese e dai suoi investimenti sul mercato. Le speranze di una rivoluzione che riportasse i rossoneri ai vertici del calcio italiano si sono affievolite presto e anche la proprietà cinese guidata da Li Yonghong si è rivelata soltanto una misteriosa parentesi di appena un anno.

Il 10 luglio la proprietà del Milan è infatti passata al fondo Elliott, che già aveva accompagnato Li Yonghong nella trattativa con Fininvest con un prestito decisivo per arrivare al closing, dopo che lo stesso Li Yonghong si è rivelato inadempiente mancando la scadenza per restituire 32 milioni di euro al fondo americano della famiglia Singer.

Il primo obiettivo raggiunto dalla nuova proprietà è stata la riammissione del Milan in Europa League, con la vittoria nel ricorso al TAS dopo che la UEFA aveva escluso i rossoneri per la violazione del fair play finanziario. Il fondo Elliott ha quindi riorganizzato i vertici societari, allontanando sia Marco Fassone che Massimiliano Mirabelli, le due figure più rappresentative della vecchia proprietà cinese, e riportando al Milan Leonardo, che in rossonero aveva vissuto tre vite diverse, prima da giocatore e poi da dirigente e allenatore, e poi il simbolo milanista più riconoscibile e rispettato a livello mondiale, Paolo Maldini.

La riammissione in Europa League e il ritorno in società di due icone come Leonardo e Maldini sono state le carte con cui si è presentato il fondo Elliott per dare credibilità al suo progetto, che, a dispetto delle previsioni iniziali, dovrebbe essere di medio-lungo termine. Almeno 3 o 5 anni, secondo quanto dichiarato dal nuovo presidente, Paolo Scaroni.

L’obiettivo di dare stabilità finanziaria rientrando nei vincoli imposti dal fair play finanziario della UEFA, fissato dal fondo Elliott al momento dell’annuncio del cambio di proprietà, non ha fatto dimenticare il rinnovamento della rosa. Con la Juventus è stata organizzata una trattativa che ha riportato Bonucci a Torino e ha fatto arrivare a Milano Gonzalo Higuaín e Mattia Caldara, e negli ultimi giorni di mercato sono stati acquistati Tiémoué Bakayoko, in prestito dal Chelsea, Samu Castillejo dal Villarreal e Diego Laxalt dal Genoa.

I nuovi proprietari hanno insomma riportato credibilità e dato a Gattuso una squadra più forte rispetto alla scorsa stagione, ma la sfida è appena all’inizio. È da vedere infatti che punto d’equilibrio troverà la nuova dirigenza per conciliare la competitività sul campo con i paletti finanziari della UEFA, con cui va ancora trovato un accordo per rientrare nei limiti previsti dal fair play finanziario. L’unico bilancio della proprietà cinese ha fatto registrare una perdita di 126 milioni di euro, ultima traccia di una gestione deludente sia sul piano sportivo che su quello economico. La nuova dirigenza avrà insomma molto da fare per raggiungere gli obiettivi che sono stati fissati.

 

Quanto vale Gattuso?

Da quando ha smesso di giocare, la carriera di Gennaro Gattuso si è mossa tra presidenti infiammabili – Christian Constantin al Sion e Maurizio Zamparini al Palermo -, società in gravi difficoltà economiche come OFI Creta e Pisa e dalla proprietà misteriosa come il Milan della scorsa stagione. Gli esordi da allenatore hanno più che altro insegnato a Gattuso a stare in equilibrio in situazioni estreme, e anche per questo è difficile capire quanto vale davvero.

 

Il salto da calciatore ad allenatore non gli ha fatto perdere la capacità di trascinare l’ambiente dalla sua parte: l’affetto dei tifosi l’ha infatti quasi sempre accompagnato nelle sue varie esperienze. E tutto sommato può anche vantare buoni risultati. Ha portato il Pisa in Serie B battendo ai playoff il più quotato Foggia di Roberto De Zerbi e ha risollevato il Milan nello scorso campionato mantenendo una media punti (44 in 24 giornate) che avrebbe permesso ai rossoneri di lottare per la Champions League. Non è comunque bastato per staccare l’etichetta di tecnico bravo solo a motivare, un pregiudizio costruito sulle sue qualità più visibili da calciatore, la grinta e l’aggressività.

Gattuso non si era finora mai trovato in condizioni così ideali per cancellare l’immagine da motivatore utile soprattutto in situazioni critiche. Può contare su una proprietà solida e ha al suo fianco due ex compagni – Leonardo e Maldini – che sembrano avere molta fiducia in lui. La squadra poi non è cambiata molto: il gruppo dei titolari è praticamente lo stesso e, in attesa che Caldara risolva i problemi fisici e venga inserito con continuità al centro della difesa, l’unica novità è rappresentata dall’ingresso di Higuaín come centravanti. La stabilità dei riferimenti di gioco aveva già aiutato il Milan a migliorare nella seconda parte della scorsa stagione, averli mantenuti più o meno intatti può rappresentare un vantaggio nella lotta per un posto in Champions, l’obiettivo fissato dalla nuova dirigenza. Riuscisse a raggiungerlo, forse Gattuso potrebbe finalmente togliersi di dosso quella scomoda etichetta che lo accompagna da quando ha smesso di giocare.

 

È la volta buona per tornare in Champions League?

Aggiungere un campione affermato come Higuaín a meccanismi di gioco già rodati è una buona base di partenza per candidarsi a uno dei posti che garantiscono la qualificazione alla prossima Champions. Il “Pipita” è il grande centravanti che al Milan mancava da tempo e ha avuto un impatto immediato. Dopo l’assist decisivo all’ultimo secondo per il gol di Cutrone che ha dato la vittoria contro la Roma nella seconda giornata, l’argentino si è sbloccato a Cagliari e da lì in poi ha sempre segnato quando ha giocato, realizzando 6 gol in 5 partite tra campionato ed Europa League. Per rendere l’idea del passo in avanti fatto dal Milan nel ruolo di centravanti, Kalinic l’anno scorso aveva segnato 6 gol in tutta la stagione.

La buona notizia per Gattuso è che Higuaín sta già garantendo la quantità di gol attesa anche se il suo inserimento nei meccanismi offensivi va ancora perfezionato. L’unico ad aver già capito i movimenti del “Pipita” sembra essere Suso, autore dell’assist per tre dei quattro gol segnati finora dall’argentino in campionato. Se l’intesa tra Higuaín e lo spagnolo sembra già di alto livello, quella con gli altri compagni ha margini di miglioramento, in particolare nella lettura degli spazi creati dai suoi movimenti.

La fase di possesso del Milan deve insomma ancora adattarsi alle molteplici opzioni offerte da un attaccante versatile come Higuaín, mentre ha già assorbito la perdita di Bonucci e la sua qualità nel verticalizzare puntando su una costruzione dal basso ancora più insistita e ragionata nel trovare gli spazi giusti per avanzare. Gli sbocchi principali restano sempre le fasce, e in particolare gli esterni offensivi.

A destra domina Suso, probabilmente nel miglior momento della sua carriera. Lo spagnolo è come sempre fondamentale quando il Milan palleggia a destra ma ha anche trovato continuità nell’ultima giocata. Finora ha segnato due gol, ma soprattutto ha servito ben sei assist. A sinistra Calhanoglu ha iniziato la stagione in maniera meno brillante rispetto a Suso, e anche se condiziona meno la manovra è uno dei migliori giocatori del campionato per occasioni create. Insomma, se il Milan crea pericoli quasi sicuramente è merito dei suoi esterni.

 

Le grandi potenzialità mostrate in attacco non si sono però ancora bilanciate con una fase difensiva abbastanza solida da sostenere le ambizioni di lottare per la Champions. Il Milan ha subito almeno un gol da ogni avversaria affrontata, a eccezione del modesto Dudelange. È soprattutto l’incapacità di difendere quanto prodotto in attacco – in campionato i rossoneri hanno già subito tre rimonte, contro Napoli, Atalanta ed Empoli – che hanno per ora allontanato il Milan dalla zona Champions.

 

I progressi mostrati nelle ultime settimane ispirano comunque ottimismo. La stabilità dei principi di gioco, l’aggiunta di un giocatore capace di fare la differenza come Higuaín e le alternative garantite dagli altri nuovi acquisti, che non solo hanno reso più profonda la rosa ma danno anche a Gattuso la possibilità di cambiare il modo di giocare (vedi ad esempio l’esperimento di Castillejo centravanti contro il Sassuolo), fanno pensare che il Milan allestito quest’anno abbia davvero la possibilità di tornare a giocare in Champions a oltre cinque anni di distanza dall’ultima volta.

 

 

LEGGENDE MILANISTE

Gianni Rivera
All’esordio in campionato nel 1959 il Milan gioca in trasferta ad Alessandria. I rossoneri sono campioni d’Italia in carica, i grigi arrivano da un 14° posto e a fine anno retrocederanno in Serie B. Per l’Alessandria gioca un numero 9 di cui si parla molto bene: è Gianni Rivera, alla seconda partita in Serie A dopo l’esordio, nemmeno sedicenne, il 2 giugno 1959 contro l’Inter. L’Alessandria batte il Milan 3-1 e Rivera è tra i protagonisti.

La scintilla con i rossoneri era però scoccata qualche mese prima: quando li affronta all’inizio del campionato 1959/60 Rivera è già di proprietà al 50% del Milan, che lo lascia all’Alessandria per una stagione e conclude l’acquisto a giugno del 1960. Comincia così il legame forse più forte e rappresentativo che qualcuno abbia mai avuto col Milan.

Rivera ha attraversato quasi tre decenni di storia rossonera, prima da giocatore e poi da dirigente, fino al 1986, quando il club venne comprato da Silvio Berlusconi e l’ex numero 10 fu messo da parte. La sua è stata una figura fortemente divisiva, in campo e fuori. C’era chi ne metteva in discussione il posto in squadra, vista la leggerezza fisica e lo scarso atletismo, che insieme allo stile austero sono stati riassunti in uno dei soprannomi più celebri e provocatori di Brera: “l’Abatino”. C’era chi non ne apprezzava l’impegno politico: la fondazione dell’associazione calciatori (definito sarcasticamente il sindacato dei milionari), ad esempio, o gli attacchi al sistema arbitrale, che nel 1972 lo fecero squalificare per tre mesi e mezzo.

Per tutti i milanisti che l’hanno vissuto, la passione per Rivera è stata invece qualcosa di molto vicino al culto. Con virtù e vizi del caso. Ad esempio, le critiche per gli ottimi rapporti con Sandro Mazzola, con cui si era creato uno dei dualismi più famosi del calcio italiano, la famosa “staffetta” del Mondiale 1970. O ancora, i raid a casa di Brera e sotto la redazione del Giorno, il giornale per cui lavorava durante i Mondiali del 1970. Il rapporto tra Brera e Rivera, più complesso e meno conflittuale di quanto si crede, ha segnato un’epoca del giornalismo sportivo.

C’è chi lo considera il più grande talento di sempre del calcio italiano: di certo la dolcezza del suo tocco di palla e i suoi lanci millimetrici, il gesto che più di tutti ha definito il suo stile di gioco, hanno avuto pochi eguali nella storia. Nel 1963 e nel 1969 i suoi assist per José Altafini e Pierino Prati sono stati decisivi per la conquista delle prime due Coppe dei Campioni della storia del Milan. Nel 1969, da campione d’Europa con la Nazionale (l’Italia aveva vinto gli Europei un anno prima) e con il proprio club, ha vinto il Pallone d’Oro, primo italiano a riuscirci. Col Milan ha vinto 3 campionati, 4 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale. Si è ritirato nel 1979 dopo 19 stagioni al Milan, 12 delle quali da capitano. Per i rossoneri ha giocato 658 volte e segnato 164 gol.

 

Franco Baresi
L’ideale passaggio di consegne tra Rivera e Baresi avviene durante la stagione 1978/79, conclusa con lo scudetto della stella, il decimo nella storia del Milan. Rivera è all’ultimo anno di carriera, Baresi è stato appena promosso titolare da Nils Liedholm. Ha 18 anni, gioca da libero e si impone immediatamente come uno dei punti di forza della squadra: alla fine del girone d’andata un sondaggio della Gazzetta dello Sport fra tecnici e capitani lo incorona come miglior giovane e miglior giocatore del campionato.

Sembra l’inizio di un’ascesa fulminea. E invece l’anno successivo lo scandalo del calcioscommesse manda il Milan in Serie B. I rossoneri tornano subito in Serie A, ma retrocedono nuovamente al termine di una stagione disastrosa, nella quale Baresi deve sconfiggere un virus che lo tiene fuori per quattro mesi. Vince il Mondiale del 1982 senza giocare nemmeno un minuto, rinuncia ai miliardi offerti dalla Samp e scende ancora una volta in Serie B. Un gesto ripagato dalla fascia di capitano e dall’amore incondizionato dei tifosi, che nel 1999 lo eleggono “giocatore del secolo”.

 

 

Per tornare a sollevare un trofeo Baresi deve però aspettare l’arrivo di Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi, con i quali, almeno inizialmente, ha rapporti complicati. Sacchi lo trasforma da libero a guida della linea difensiva che gioca a zona attuando un pressing feroce. Un cambiamento di prospettiva notevole per Baresi, che diventa il giocatore chiave di una delle squadre più ammirate di tutti i tempi. Con Sacchi vince uno scudetto, una Supercoppa italiana, 2 Coppe dei Campioni, 2 Supercoppe europee, 2 Coppe Intercontinentali e arriva secondo alle spalle di Marco van Basten nella classifica del Pallone d’Oro del 1989.

Alla sua bacheca aggiungerà altri 4 scudetti, 3 Supercoppe italiane, una Champions League e una Supercoppa europea. Si ritira nel 1997 dopo venti stagioni, quindici delle quali vissute da capitano. È il secondo giocatore con più presenze nella storia del Milan: 719, impreziosite da 33 gol.

 

Paolo Maldini
«Da che parte vuoi giocare?». È con queste parole pronunciate da Nils Liedholm che inizia una delle carriere più incredibili della storia del calcio. 20 gennaio 1985, il Milan gioca a Udine, ma è a corto di difensori e in panchina viene aggregato Paolo Maldini, figlio di Cesare, bandiera milanista tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta e primo capitano a sollevare la Coppa dei Campioni nel 1963. Succede che Sergio Battistini si infortuna e al suo posto Liedholm manda in campo il sedicenne Maldini, schierandolo sulla fascia destra.

La stagione successiva Maldini è già titolare, al centro della difesa con Franco Baresi, quella dopo viene spostato sulla fascia sinistra, e da terzino spende gli anni migliori della sua carriera. Alla duttilità tattica (può giocare in ogni ruolo in difesa) si accompagna un fisico impeccabile e una completezza tecnica rara: sa attaccare e difendere, utilizza con disinvoltura entrambi i piedi ed è forte di testa. Maldini è un concentrato di tutte le qualità richieste a un calciatore: un repertorio vastissimo, forse unico nella storia del calcio.

 

 

La lucidità con cui a 21 anni descrive gli obiettivi della sua carriera alla Gazzetta dello Sport, prevedendo il proprio futuro in maniera così precisa da sembrare un attore davanti al copione del film che interpreta, è impressionante: «Da grande voglio fare la bandiera del Milan. (…) Fin dall’esordio ho giocato accanto a un uomo che per me è un modello, Franco Baresi, e vorrei tanto ripetere quello che lui ha fatto. Chissà, magari ereditando, tra tanti anni, la fascia di capitano e magari anche il suo ruolo. Inizialmente giocavo centrale, in quella posizione ho disputato la partita più bella della mia vita, lo spareggio UEFA con la Samp del 1987, a Torino. Adesso ho preso gusto a stare sulla fascia, ho maggiori possibilità d’attacco e la cosa mi diverte. Ma un giorno, forse, tornerò lì in mezzo. Come Baresi».

Tutto va come previsto: con la maglia del Milan gioca per 25 stagioni, battendo diversi record e conquistando 26 trofei. Nel 1997, ritiratosi Baresi, la successione avviene in maniera naturale, con tanto di fascia da capitano. E nella parte finale della sua carriera, aiutato dall’arrivo di Alessandro Nesta, torna stabilmente al centro della difesa del Milan, ritagliandosi le ultime stagioni ad altissimo livello, nelle quali conquista altre due Champions League e uno scudetto.

Chiude la carriera a quasi 41 anni dopo aver disputato 1041 partite, riconosciuto unanimemente come uno dei migliori difensori della storia del calcio. Ha indossato più di chiunque altro la maglia del Milan: ben 902 volte.

 

Marco van Basten
È impossibile isolare un dettaglio che inquadri meglio di un altro la superiorità di Marco van Basten. Tecnica, ma anche fisica, combinate in un modo che mai si era visto prima. Van Basten era un centravanti che sfiorava il metro e 90 con la sensibilità di un brevilineo, un muro sul quale si schiantavano i difensori, ma con l’eleganza di un ballerino: Nureyev, secondo un paragone attribuito a Silvio Berlusconi.

Nel momento di massimo splendore van Basten correva i 100 metri in meno di 11 secondi e secondo il preparatore atletico del Milan di quei tempi, Vincenzo Pincolini, sarebbe stato un campione dei 400 metri. Velocità, ma anche resistenza, cui si abbinavano la forza per resistere alle marcature mai tenere dei difensori e un controllo del proprio corpo che gli permetteva di coordinarsi in ogni situazione. Van Basten poteva domare il pallone con ogni parte del corpo e aveva la capacità tipica dei fenomeni di “vedere” giocate impossibili da intuire, e quindi da contrastare. Il suo gol più famoso, il destro al volo nella finale degli Europei del 1988 contro l’URSS, è forse la sintesi più immediata dell’unicità del suo talento.

 

 

Van Basten ha avuto un solo punto debole: le caviglie. Troppo delicate, anche a causa di un difetto congenito. Eppure non abbastanza fragili da impedirgli di danzare sul campo e riempire di gol e colpi di genio i ricordi di chi l’ha visto giocare. Al Milan arriva dall’Ajax dopo aver vinto tre campionati e dominato la classifica cannonieri per quattro anni consecutivi, quasi nascosto da Ruud Gullit, il grande colpo milanista del 1987. Vince subito lo scudetto ed è decisivo con i gol all’Empoli e al Napoli, nonostante un infortunio alla caviglia gli faccia perdere quasi tutta la stagione.

Guadagnata un po’ di continuità, si impone come il miglior centravanti al mondo: trascina l’Olanda alla vittoria degli Europei del 1988, unico titolo nella storia della Nazionale arancione, con il Milan vince per due volte la Coppa dei Campioni, la Coppa Intercontinentale e la Supercoppa europea, risultando spesso decisivo con gol o assist nelle finali, e conquista due Palloni d’Oro consecutivi nel 1988 e nel 1989. Esaurito il ciclo di Sacchi, con il quale il rapporto si era deteriorato a tal punto da diventare, secondo molte ricostruzioni, la principale causa dell’addio dell’allenatore romagnolo, van Basten viene tirato a lucido da Fabio Capello, che normalizza il gioco del Milan e lo porta a giocare gli anni forse più brillanti della carriera.

Vince da capocannoniere il campionato 1991/92, concluso dai rossoneri senza nemmeno una sconfitta, inizia la stagione successiva con una forma strepitosa e torna a conquistare il Pallone d’Oro. Alla fine del 1992 decide però di farsi operare alla caviglia e la sua parabola tocca il punto più basso. Non si riprenderà mai più: tornerà in campo solo per segnare un ultimo gol a Nista, a cui aveva segnato la prima rete in Serie A, e giocare, su una gamba o quasi, la finale di Champions League contro l’Olympique Marsiglia del 1993. La sua presenza non salva comunque il Milan dalla sconfitta.

Si ritira ufficialmente nel 1995 dopo 201 presenze e 124 gol con la maglia rossonera, che i tifosi milanisti hanno premiato con il titolo di “attaccante del secolo” in occasione dei festeggiamenti per il centenario del club nel 1999. Van Basten ha rivoluzionato l’interpretazione del ruolo di centravanti, imponendosi come metro di paragone per le generazioni successive.

 

Gennaro Gattuso
Rivera, Baresi, Maldini e van Basten sono accomunati da un talento calcistico evidente, traboccante, che ha permesso a ciascuno di loro di segnare un’epoca e di restare nella memoria come alcuni tra i migliori giocatori di sempre. Mettere Gennaro Gattuso al loro fianco può sembrare quasi provocatorio, eppure anche lui, partendo da un talento calcistico decisamente più normale, è riuscito a costruirsi una carriera da leggenda. Gattuso è sempre stato il primo a schermirsi parlando delle sue qualità: «A livello calcistico, per come tocco il pallone, mi considero scarso. Non ho le doti di Kaká o di Ronaldinho. Tutto quello che ho raggiunto, l’ho fatto all’80% con la testa. Quante volte, a 18 anni, mi sono sentito dire: “Sei scarso”. Ma dentro di me dicevo: “Sei forte, continua, sbattitene di tutto quello che dicono”».

Definire scarso Gattuso è una forzatura, incompatibile con la sua continuità di rendimento ad alti livelli: il centrocampista calabrese ha giocato nel Milan per 13 stagioni vincendo 10 titoli, ha accumulato 73 presenze in Nazionale e vinto il Mondiale del 2006. E, soprattutto, non considera l’altra metà del talento di un calciatore, quella in cui Gattuso ha marcato la differenza: le qualità quando la palla ce l’hanno gli avversari. Nel Milan sono ovviamente passati molti recuperatori di palloni, in pochi hanno eguagliato la sua capacità di incidere sulla partita e ribaltarne l’inerzia emotiva. Gattuso non si limitava a togliere il pallone agli avversari, è stato l’anima e il trascinatore della squadra, e aveva uno stile di gioco che si prestava naturalmente a creare un rapporto di identificazione totale con i tifosi. Le sue corse sotto la curva, le sue richieste di incitamento erano un rituale che si ripeteva puntualmente ogni partita.

 

 

È anche a lui che si deve la svolta tattica che ha permesso al Milan di aprire l’ultimo ciclo vincente della sua storia. Gattuso è stato l’equilibratore che ha permesso a Carlo Ancelotti di schierare un centrocampo con Pirlo e Seedorf e di giocare con almeno cinque giocatori offensivi, sia nella soluzione col trequartista e due punte che in quella con due trequartisti e un attaccante, il famoso “albero di Natale”.

Al Milan arriva nel 1999, ma deve aspettare quattro anni prima di sollevare un trofeo: la Champions League in finale contro la Juventus nel 2003, cui si è aggiunta pochi giorni dopo la Coppa Italia. Riempie la bacheca personale con due scudetti, un’altra Champions League, 2 Supercoppe italiane, 2 Supercoppe europee e un Mondiale per club. Ha chiuso la sua carriera al Milan nel 2012 dopo 468 partite (settimo più presente nella storia) e 11 gol. Dopo varie esperienze nelle serie minori e all’estero è tornato al Milan nel maggio del 2017 come allenatore della Primavera.

 

LE PARTITE GLORIOSE

Milan-Benfica 2-1, 22 maggio 1963

Lo scudetto vinto nel 1962, al primo anno con Nereo Rocco in panchina, qualifica il Milan alla Coppa dei Campioni della stagione successiva. La competizione è stata fin lì dominata dal Real Madrid, vincitore delle prime 5 edizioni: un monologo interrotto dal Benfica, campione d’Europa per due volte consecutive nel 1961 e nel 1962, quest’ultima battendo il finale proprio il Real Madrid.

Trascinato da Eusébio, il Benfica arriva ancora una volta in finale, senza perdere mai una partita. Il Milan invece si sbarazza facilmente dell’Union Luxembourg (14-0 tra andata e ritorno) e poi del Galatasaray ai quarti (8-1 il risultato complessivo). Nel mezzo, agli ottavi e in semifinale, la squadra di Rocco deve resistere a due trasferte dure nel Regno Unito, contro l’Ipswich e il Dundee.

In finale il Milan parte sfavorito e l’inizio della partita sembra rispettare i pronostici: al 19’ Eusébio scatta, fa il vuoto dietro di sé e segna l’1-0. La distanza delle panchine dal campo impedisce a Rocco di dare indicazioni ai suoi, così è il capitano Cesare Maldini a prendersi la responsabilità di cambiare le marcature. Trapattoni si sposta su Eusébio, Victor Benítez va invece a marcare José Torres. Il Milan riesce a contenere meglio gli avversari e nel secondo tempo ribalta il risultato con la doppietta di José Altafini, decisivo nonostante un infortunio al polpaccio.

Il Milan è la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni.


Milan-Real Madrid 5-0, 19 aprile 1989

Probabilmente la partita che definisce meglio la rivoluzione di Arrigo Sacchi, uno dei punti più alti mai raggiunti dal Milan, considerati il valore dell’avversario, il risultato e il gioco espresso. «Un trionfo, fu una partita che per il valore dell’avversario, per la sua fama, ci lanciò nell’Olimpo del calcio mondiale» ha ricordato Sacchi anni dopo.

Il Milan ha raggiunto la semifinale di Coppa dei Campioni dopo due turni sofferti contro la Stella Rossa e il Werder Brema e affronta una delle migliori squadre al mondo. Il Real Madrid domina in Spagna da tre anni, è alla terza semifinale consecutiva e può contare su campioni come Butragueño, Hugo Sánchez, Míchel, Bernd Schuster e Martín Vázquez. L’andata al Santiago Bernabéu finisce 1-1, nonostante il dominio della squadra di Sacchi. «Non avevo mai visto una squadra venire al Bernabéu ad aggredirci, a portarci via il dominio del pallone e del campo», dirà Butragueño.

La preparazione per la gara di ritorno si conclude male per il Milan, che durante la rifinitura perde Evani, colpito duro dal giovane Albertini. Sacchi allora ha un’intuizione: allarga Ancelotti e sposta Rijkaard a centrocampo. Ed è proprio Ancelotti a segnare l’1-0, con una grande giocata conclusa da un tiro da fuori area che si insacca sotto la traversa. È l’inizio del trionfo: il trio olandese, formato da Rijkaard, Gullit e van Basten, segna un gol a testa, e a mettere il sigillo finale ci pensa Donadoni.

Il 5-0 al Real Madrid è la partita manifesto del Milan di Sacchi, una delle squadre più forti della storia del calcio. Dopo aver eliminato il Madrid, i rossoneri spazzeranno via la Steaua Bucarest in finale, conquistando la Coppa dei Campioni a 20 anni esatti dall’ultimo trionfo.

 

 

Inter-Milan 0-6, 11 maggio 2001

La stagione 2000/01 è una di quelle che solitamente vengono definite di transizione. Il rapporto tra Berlusconi e Zaccheroni si è ormai deteriorato: ad agosto il Milan perde 5-1 a S. Siro un’amichevole col Real Madrid organizzata come chiusura delle celebrazioni per il centenario del club. Berlusconi vorrebbe licenziare il suo allenatore, ma viene convinto a tornare sui suoi passi. Zaccheroni dura fino a marzo, quando viene esonerato dopo un pareggio col Deportivo La Coruña che elimina il Milan dalla Champions.

In panchina al suo posto vengono mandati Cesare Maldini e Mauro Tassotti, per portare a termine nel miglior modo possibile una stagione in cui l’unico obiettivo rimasto è la qualificazione in Champions. L’11 maggio 2001 Inter e Milan condividono invece un deludente quinto posto a 20 punti di distanza dalla Roma capolista. In attacco i rossoneri schierano Gianni Comandini, arrivato dal Vicenza con grandi aspettative, ma che fatica a inserirsi, è spesso infortunato e non gioca quasi mai. Il derby per lui è appena la terza partita da titolare in campionato.

Che sia una serata speciale lo si capisce dopo venti minuti: il Milan è avanti 2-0 e Comandini ha segnato una doppietta. Nel secondo tempo una punizione di Giunti si infila nell’angolo alto dopo essere rimbalzata vicino a Frey, poi Shevchenko segna una doppietta e Serginho corona una partita straordinaria, in cui ha firmato tre assist, con il gol del 6-0. È la vittoria più larga di sempre del Milan in un derby, arrivata in maniera inattesa all’interno di una stagione da dimenticare in fretta.

 

 

Milan-Ajax 3-2, 23 aprile 2003

L’inizio della stagione 2002/03 sembra riportare il Milan ai vertici del calcio italiano ed europeo. I rossoneri, guidati da Carlo Ancelotti, giocano un calcio brillante, con punte notevoli come il 6-0 al Torino, il 4-0 in trasferta al Deportivo La Coruña o le vittorie contro il Bayern Monaco e il Real Madrid in Champions League. In campionato il Milan chiude il girone d’andata al primo posto e si qualifica agilmente ai quarti di finale di Champions vincendo entrambi i gironi di qualificazione.

L’avversario ai quarti è l’Ajax, che ha in squadra giovani di grande talento: tra gli altri, Chivu, Maxwell, van der Vaart, Sneijder e Ibrahimovic. L’andata all’Amsterdam ArenA si chiude senza gol, al ritorno a S. Siro Ancelotti si ritrova senza Gattuso, Pirlo, Seedorf e Serginho. Il Milan viene trascinato da Shevchenko e Inzaghi, va due volte in vantaggio grazie ai gol dei suoi attaccanti, ma a poco più di 10 minuti dalla fine viene raggiunto sul 2-2 da Pienaar. La regola dei gol in trasferta a quel punto premierebbe l’Ajax.

Mancano ormai pochi secondi quando Maldini, poco oltre il centrocampo, lancia l’ultimo pallone al limite dell’area. Ambrosini colpisce di testa in direzione di Inzaghi, Chivu scivola e il numero 9 del Milan si trova molto vicino a Lobont, con la palla che è appena rimbalzata. Quello che riesce a fare Inzaghi in quel momento è incredibile: si allunga toccando di punta il pallone quando è ancora molto alto, facendolo passare sopra la testa del portiere con un pallonetto che si sta per infilare in porta, ma viene toccato da Tomasson proprio sulla riga. Il danese non è in fuorigioco, finisce nei tabellini come marcatore ufficiale, ma per una volta è un dettaglio che non cancella la giocata di Inzaghi, l’autore morale della rete che manda il Milan a giocare il derby in semifinale di Champions.

I rossoneri supereranno l’Inter con due pareggi e poi batteranno la Juventus ai rigori nella finale di Manchester, conquistando la sesta Champions League della loro storia.

 

 

Milan-Manchester United 3-0, 2 maggio 2007

Nell’estate del 2006 la sensazione di essere arrivati alla fine di un ciclo è forte. Il Milan viene coinvolto nello scandalo “Calciopoli”, che lo costringe a iniziare il campionato con 8 punti di penalizzazione e a giocarsi i preliminari di Champions League contro la Stella Rossa. Viene ceduto Shevchenko al Chelsea, e per riempire il vuoto lasciato dall’ucraino viene comprato Ricardo Oliveira, che si rivelerà una grande delusione. Più in generale, i nuovi acquisti non riescono a rinforzare la rosa quanto servirebbe per dar seguito alle vittorie degli anni precedenti e i rossoneri sembrano avviati a un’annata di transizione.

L’andamento in campionato sembra confermare questa sensazione: l’Inter è irraggiungibile e il Milan si deve accontentare della lotta per il quarto posto. In Champions, invece, il girone viene superato al primo posto con qualche fatica e agli ottavi è una gran giocata di Kaká nei tempi supplementari a eliminare il Celtic. Il Bayern Monaco ai quarti sembra uno scoglio difficile da superare, specie dopo il 2-2 dell’andata a S. Siro. E invece il Milan vince 2-0 a Monaco e si qualifica alle semifinali, dove lo aspetta il Manchester United, che ha umiliato la Roma con un 7-1 ed è lanciato verso la conquista del titolo in Premier League.

L’andata all’Old Trafford finisce 3-2: il Milan va in vantaggio per 2-1 grazie alla doppietta di Kaká, ma viene rimontato da due gol di Rooney. Per raggiungere la finale i rossoneri devono vincere la gara di ritorno a S. Siro. È un trionfo: Kaká e Seedorf si esaltano e portano il risultato sul 2-0 all’intervallo, ma è tutta la squadra a giocare a un livello insostenibile per lo United. Nel finale, quando i “Red Devils” sono sbilanciati alla ricerca del gol che riaprirebbe la qualificazione, Gilardino colpisce in contropiede per il definitivo 3-0.

Sir Alex Ferguson, dopo aver vissuto sulla propria pelle la prestazione straordinaria del Milan, profetizza la vittoria rossonera in finale contro il Liverpool. È proprio quello che succederà: ad Atene la squadra di Ancelotti supera i “Reds” per 2-1, conquista la settima Champions League e chiude il cerchio dopo l’incredibile finale di Istanbul persa due anni prima.

 

LE PARTITE DOLOROSE

Milan-Liverpool 3-3, 25 maggio 2005

Per alcuni è una delle partite più belle di sempre, per i milanisti è invece un trauma impossibile da superare pienamente. Di sicuro è una delle partite più assurde e imprevedibili della storia.

Il Milan di quella stagione ha una rosa di livello altissimo, che riesce contemporaneamente a lottare per lo scudetto e ad arrivare fino in fondo in Champions League. Qualche giorno prima della finale contro il Liverpool, però, la squadra di Ancelotti perde contro la Juventus una sorta di spareggio per lo scudetto, che viene così cucito sulle maglie bianconere.

La partita contro i “Reds” è quindi l’ultima occasione per chiudere l’annata con un titolo, e il Milan parte favorito. Il primo tempo conferma la superiorità rossonera: Maldini sblocca subito il risultato, poi la doppietta di Crespo manda il Milan sul 3-0 all’intervallo. La differenza tra le due squadre è tale che il secondo tempo sembra una formalità. E invece, anche grazie all’ingresso di Hamann per Finnan che risistema tatticamente i “Reds”, al Liverpool riesce una rimonta incredibile. In sei minuti Gerrard, Smicer e Xabi Alonso riportano la gara in parità. Sul 3-3 il Milan torna ad attaccare, Dudek nei supplementari nega il gol a Shevchenko con una parata iconica e porta la finale ai rigori. Sbagliano Serginho, Pirlo e Sheva, gli ultimi due ipnotizzati dalla danza di Dudek sulla riga. La Champions finisce al Liverpool.

Una stagione potenzialmente leggendaria si trasforma così in una delle più grandi delusioni della storia. La sconfitta di Istanbul è uno psicodramma che rischia di chiudere il ciclo iniziato due anni prima. Due stagioni dopo, invece, molti protagonisti si ritroveranno ad Atene a prendersi la rivincita sul Liverpool.

 

 

Deportivo La Coruña-Milan 4-0, 7 aprile 2004

Dopo aver vinto la Champions League a Manchester contro la Juve nel 2003, l’obiettivo dichiarato per la stagione successiva è la conquista dello scudetto. Alla squadra viene aggiunto un giovane brasiliano allora poco conosciuto, Kaká, che si rivelerà invece uno dei migliori acquisti della storia recente del Milan.

Kaká si impone da subito nell’undici titolare e contribuisce allo splendido cammino in campionato dei rossoneri, che prendono la testa della classifica all’inizio del girone di ritorno e a fine anno si laureano campioni d’Italia. In Champions la squadra di Ancelotti non brilla nel girone, ma si qualifica comunque da prima, poi agli ottavi supera agevolmente lo Sparta Praga. È un’edizione strana, particolarmente ricca di underdog. Come ad esempio il Deportivo La Coruña, che il Milan trova ai quarti di finale e sembra poter battere facilmente dominando 4-1 l’andata a S. Siro.

Il ritorno è invece un incubo: la situazione si ribalta clamorosamente e già all’intervallo il Depor è virtualmente qualificato grazie ai gol di Pandiani, Valerón e Luque. Nel secondo tempo Fran completa l’umiliazione con il 4-0. Un anno prima di Istanbul, il Milan subisce una rimonta quasi impossibile da pronosticare, il cui impatto verrà però limitato dalla conquista dello scudetto.

 

 

Milan-Juventus 1-6, 6 aprile 1997

Tra il 1990 e il 1996 il Milan vince 4 scudetti, gioca tre finali di Champions League vincendone una, conquista una Coppa Intercontinentale, 2 Supercoppe europee e 3 Supercoppe italiane. Il ciclo si esaurisce quando Fabio Capello accetta di sedersi sulla panchina del Real Madrid alla fine della stagione 1995/96, conclusa con l’ennesimo campionato vinto.

Il Milan lo sostituisce con Óscar Tabárez, che in Uruguay è soprannominato “El Maestro”, ma in rossonero fatica a far comprendere le sue idee e a dicembre del 1996 viene sostituito da Arrigo Sacchi. Nemmeno il ritorno di Sacchi riesce però a raddrizzare la stagione milanista, caratterizzata dalla precoce eliminazione in Champions League a causa di una sconfitta col Rosenborg e da pessimi risultati in campionato.

La squadra di riferimento per il calcio italiano ed europeo è nel frattempo diventata la Juventus. Il passaggio di consegne viene certificato il 6 aprile 1997: i bianconeri approfittano del momento di debolezza del Milan dominando 6-1 a S. Siro, grazie alle doppiette di Jugovic e di Vieri e ai gol di Zidane e Amoruso.

È la peggior sconfitta casalinga in campionato della storia del Milan, il punto più basso di una stagione che si concluderà all’undicesimo posto, il peggior piazzamento dell’era Berlusconi.

 

 

Verona-Milan 5-3, 20 maggio 1973

Il 16 maggio 1973 il Milan vince a Salonicco contro il Leeds una finale di Coppa delle Coppe molto contestata dagli inglesi, tanto che a 36 anni di distanza fu presentata una petizione alla UEFA per chiedere l’apertura di un’inchiesta che stabilisse se l’arbitro Christos Michas fu corrotto dai rossoneri.

La partita è molto dispendiosa e svuota di energie il Milan, che in campionato è primo in classifica e si sta giocando lo scudetto con la Juventus e la Lazio. L’ultima giornata è in programma pochi giorni dopo la finale: Nereo Rocco, l’allenatore rossonero, chiede il rinvio della partita col Verona, ma non viene accontentato. Le partite delle tre rivali si giocano così in contemporanea: il Milan va a Verona, la Lazio a Napoli, la Juventus a Roma. Le fatiche della finale giocata pochi giorni prima si fanno sentire immediatamente: dopo mezz’ora il Milan è sotto di tre gol, ma né la Juve né la Lazio vincono e i rossoneri continuano a mantenere il primo posto.

Il tentativo di rimonta milanista si chiude sul 5-3 del Verona. La squadra di Rocco deve quindi sperare nei risultati favorevoli dagli altri campi: la Lazio subisce il gol del Napoli e perde, la Juve, invece, è bloccata sul pareggio fino a pochi secondi dalla fine, quando un tiro di Cuccureddu le fa vincere la partita e lo scudetto. Il Milan, dopo un campionato di vertice, perde il possibile scudetto della stella all’ultima giornata: una partita che viene ricordata come la “fatal Verona”.

 

 

Verona-Milan 2-1, 22 aprile 1990

A 17 anni di distanza, il Milan torna a giocarsi lo scudetto a Verona. Mancano due giornate alla fine del campionato: i gialloblù stanno lottando per non retrocedere, i rossoneri condividono il primo posto col Napoli di Maradona. La squadra di Sacchi va in vantaggio con Marco Simone, ma alcune decisioni arbitrali le fanno letteralmente perdere la testa.

L’arbitro della partita è Rosario Lo Bello, figlio di Concetto, protagonista nel campionato del 1973 con un gol annullato a Chiarugi contro la Lazio. Lo Bello espelle Rijkaard – anni dopo l’arbitro dirà che l’olandese gli sputò addosso –, van Basten, che addirittura si toglie la maglia e la getta per terra, e Costacurta, oltre a Sacchi, che protesta dalla panchina e deve uscire scortato dal campo. Il Verona rimonta, vince 2-1 e fa perdere un altro scudetto al Milan. La sconfitta ovviamente non verrà dimenticata ed è ricordata come la seconda “fatal Verona”, anche se a distanza di un mese i rossoneri vinceranno la seconda Coppa dei Campioni consecutiva battendo in finale il Benfica.

 

 

GLI ALLENATORI PIÙ AMATI 

Gipo Viani
Gipo Viani non è stato solo una sorta di burattinaio che ha tirato i fili del Milan a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ma è stato una delle figure più importante per l’evoluzione tattica del calcio italiano. La paternità dell’invenzione del libero è discussa, ma Viani fu sicuramente tra i primi a utilizzarlo in pianta stabile e con successo, tanto da far guadagnare la promozione in Serie A alla Salernitana. È considerato tra i padri fondatori del “catenaccio”, un termine che col tempo ha assunto un significato dispregiativo e descrive la tattica delle squadre che puntano innanzitutto a difendersi.

Viani si siede sulla panchina del Milan nel 1956 e vince subito lo scudetto, adattando il “Vianema”, la sua variante del WM o “Sistema”, ai campioni che si ritrova in rosa, soprattutto Schiaffino e Liedholm, arretrato a libero. La stagione successiva il Milan delude in campionato (nono a 4 punti dalla zona retrocessione), ma arriva per la prima volta nella sua storia in finale di Coppa dei Campioni.

I rossoneri tengono testa al Real Madrid, ma vengono sconfitti per 3-2 da un gol di Gento nei tempi supplementari. Viani diventa allora il direttore tecnico del Milan, occupandosi di ogni aspetto che riguarda la società, dal mercato alla parte amministrativa. Rivera lo ricorda come il primo manager del calcio italiano: «Aveva in mano la squadra sia sul piano amministrativo sia su quello tecnico. L’ha inventata lui insomma la funzione del general manager. I direttori sportivi sono nati dopo e proprio in virtù dell’esempio di conduzione moderna e progredita che lui aveva lasciato».

Resta in carica fino al 1965, imponendo la propria personalità e le proprie scelte agli allenatori che porta sulla panchina rossonera. La più importante è forse la cocciutaggine con cui impone in campo Rivera, contro il parere di Rocco, che almeno agli esordi sulla panchina del Milan non vede di buon occhio quel ragazzo magrolino comprato dall’Alessandria. Viani chiude la sua esperienza rossonera con 3 scudetti e la prima Coppa dei Campioni nella storia del club, lasciando un’impronta indelebile nel Milan e nel calcio italiano.

Nereo Rocco
La storia di Gipo Viani è strettamente intrecciata a quella di Nereo Rocco: se si parla di “catenaccio” è impossibile non citare Rocco, il primo a mostrare che quel modo di giocare poteva essere vincente anche in Europa. In realtà il “catenaccio” di Rocco è meno difensivo di quel che si crede: quando arriva al Milan nel 1961, portato proprio da Viani, i rossoneri conquistano immediatamente lo scudetto, chiudendo la stagione con il miglior attacco (83 gol).

 

 

L’anno successivo Rocco guida i rossoneri alla conquista della loro prima Coppa dei Campioni, poi lascia per andare al Torino perché nel frattempo il rapporto con Viani si era deteriorato. Torna al Milan nel 1967 e ancora una volta conquista subito lo scudetto, cui seguirà la seconda Coppa dei Campioni, battendo in finale l’Ajax di Johan Cruijff 4-1, e la Coppa Intercontinentale dopo la leggendaria sfida con l’Estudiantes, violenta a tal punto che Nestor Combin, autore di un gol nella gara d’andata, finì con naso e zigomo fratturati e fu anche portato in questura.

Gli aneddoti e le citazioni attribuite hanno circondato la figura di Rocco di un’aura mitica. Di sicuro era in grado di dominare lo spogliatoio, gestendo in maniera inusuale ma efficace i rapporti con i propri giocatori, ed era un accanito bevitore. Memorabili le sue serate all’Assassino, un ristorante trasformato in covo milanista in cui passava ore a bere vino, parlare di calcio e giocare a carte. Rocco è stato un leader carismatico e arguto, capace di durare per 13 stagioni in 4 periodi diversi tra gli anni Sessanta e Settanta, sia da allenatore che da direttore tecnico. È tuttora l’allenatore che ha collezionato più panchine (459) e più titoli (10) nella storia del Milan.

Arrigo Sacchi
«Sono stato solamente un uomo con delle idee, e adoravo insegnarle». Più che per i trofei vinti, Arrigo Sacchi ha un posto nella storia per la portata rivoluzionaria delle sue idee, che hanno inciso in maniera profonda nell’evoluzione tattica del calcio e sono un modello per gli allenatori dell’epoca moderna. Generazioni di tecnici si sono formate studiando il Milan di Sacchi, riconosciuto più o meno unanimemente come una delle migliori squadre di tutti i tempi.

Sacchi arriva al Milan in un momento ideale: nel 1987 la società è stata da poco comprata da Silvio Berlusconi, che ha grandi ambizioni e molti soldi da spendere per rinforzare la rosa. Sacchi è l’uomo giusto al posto giusto, è animato da grandi ideali e ha a disposizione una squadra fortissima. L’inizio è però complicato: Sacchi esige dedizione assoluta, mette in discussione mentalità e concetti tattici ritenuti intoccabili nel calcio italiano, imponendo il controllo del campo e del pallone, difendendo a zona con un pressing sistematico e un utilizzo aggressivo del fuorigioco.

 

 

Per i giocatori non è semplice digerire i suoi metodi, le cose sembrano mettersi male dopo una sconfitta con l’Espanyol in Coppa UEFA, ma dalla successiva trasferta a Verona la squadra cambia marcia e a fine anno il Milan vince lo scudetto, battendo il Napoli di Maradona al San Paolo nello scontro diretto.

È però in Coppa dei Campioni che il Milan scrive le pagine più esaltanti dell’era sacchiana. Nel 1989 passa due turni complicati con Stella Rossa e Werder Brema, poi domina il Real Madrid in semifinale e la Steaua Bucarest in finale giocando tre partite meravigliose. L’anno successivo la finale viene raggiunta con maggiore fatica: ai quarti il Malines viene superato ai tempi supplementari e in semifinale il Bayern Monaco viene eliminato per la regola dei gol in trasferta, ancora una volta ai tempi supplementari. In finale basta poi un gol di Rijkaard per battere il Benfica e confermare il trionfo dell’anno precedente.

È una delle ultime fiammate, cui seguiranno un’altra Supercoppa europea e una Coppa Intercontinentale: il rapporto con la squadra si logora col tempo e il livello di tensione che si impone Sacchi è troppo alto da sostenere sul lungo periodo. Il suo ciclo si chiude nel 1991, con 8 titoli conquistati e la sensazione di aver segnato un punto di svolta nell’evoluzione tattica del calcio.

Fabio Capello
Arrigo Sacchi lascia il Milan convinto che la squadra non abbia più margini di miglioramento e fosse necessario intervenire in maniera radicale per proseguire il ciclo di vittorie. Berlusconi e Galliani la pensano in maniera diversa e affidano la panchina a Fabio Capello, diventato nel frattempo un commentatore televisivo, nel cui curriculum figurano un’esperienza come allenatore delle giovanili del Milan e qualche apparizione al posto di Liedholm nel 1987.

Capello non sembra avere il physique du role per guidare una delle migliori squadre al mondo, ma ci mette pochissimo a far ricredere gli scettici. Senza stravolgere l’impianto costruito negli anni da Sacchi, Capello normalizza il gioco del Milan e lo porta a dominare in Italia e in Europa. Dal 1991 al 1996 vince quattro scudetti e disputa tre finali consecutive in Champions League.

Ne perde due, ma firma un capolavoro nel 1994 battendo 4-0 il Barcellona di Johan Cruijff, che in Spagna vince il campionato da quattro anni consecutivi, ha un attacco fenomenale composto da Romário e Stoichkov e gioca splendidamente. Cruijff è talmente convinto della superiorità della sua squadra che alla fine della conferenza stampa di vigilia si fa una foto di fianco alla coppa. Il Milan in difesa deve rinunciare a Baresi e Costacurta; Capello così al centro si inventa la coppia Galli-Maldini, protetta da Marcel Desailly, cresciuto come difensore, ma spostato a centrocampo dal tecnico milanista. Sarà proprio Desailly a firmare il definitivo 4-0 dopo che Massaro aveva indirizzato la sfida con una doppietta e Savicevic aveva illuminato la serata con uno splendido gol in pallonetto dalla fascia destra.

 

 

È forse il punto più alto mai raggiunto dal Milan di Capello, che in quegli anni firma diversi record: è la prima squadra a vincere lo scudetto senza perdere nemmeno una partita, non subisce gol per 929 minuti consecutivi (un primato battuto 22 anni dopo da Buffon) e firma una striscia d’imbattibilità di 58 partite. Capello arricchisce la bacheca milanista con ben 9 trofei e il suo Milan viene ricordato come quello degli “Invincibili”.

Carlo Ancelotti
Nel 2001 il Milan è protagonista di una grande campagna acquisti che punta a cancellare le annate deludenti seguite allo scudetto del 1999. In panchina viene scelto Fatih Terim, ma a inizio novembre, dopo una sconfitta col Torino, il turco viene sostituito da Carlo Ancelotti, che torna al Milan da allenatore dopo essere stato tra i giocatori chiave nella rivoluzione di Arrigo Sacchi.

Ancelotti porta il Milan al quarto posto, ma è nella stagione successiva che pone le basi del proprio ciclo vincente. La svolta tattica è l’arretramento di Pirlo e Seedorf a centrocampo, grazie a cui riesce a schierare una formazione molto tecnica e offensiva senza perdere l’equilibrio. Nel 2002/03 vince sia la Coppa Italia che la Champions League, superando l’Inter in semifinale e la Juve in finale. L’anno dopo arriva lo scudetto con il record di punti (82) per i campionati a 18 squadre, poi però il Milan comincia ad accumulare delusioni: nel 2005 perde lo scudetto e la Champions nell’incredibile finale di Istanbul, l’anno successivo viene coinvolto nello scandalo Calciopoli. Il ciclo di Ancelotti sembra sul punto di esaurirsi e invece con un colpo di coda i rossoneri vincono tre titoli nel 2007: la Champions, prendendosi la rivincita sul Liverpool, la Supercoppa europea e la Coppa del mondo per club.

Il ciclo si esaurisce per davvero nel 2009: Ancelotti lascia per andare al Chelsea dopo 420 panchine e 8 titoli, chiudendo l’ultima era vincente della storia milanista.

 

I GIOCATORI “MINORI” RIMASTI NEL CUORE DEI TIFOSI

Roque Júnior
Il ritiro di Franco Baresi apre un buco al centro della difesa che il Milan prova a coprire con numerosi difensori centrali rivelatisi poi inadeguati prima dell’acquisto di Alessandro Nesta. Uno di questi è Roque Júnior, ricordato in maniera un po’ ingenerosa per gli errori commessi nelle due stagioni in cui ha giocato più o meno con continuità, ma titolare nel Brasile campione del mondo nel 2002.

La stagione successiva al Mondiale Roque Júnior gioca appena 8 partite, nessuna in Champions League prima della finale contro la Juventus. A metà del secondo tempo, però, Ancelotti toglie Costacurta e al suo posto inserisce proprio il brasiliano, che si piazza sulla fascia destra in difesa. La prestazione è tutt’altro che memorabile fino ai tempi supplementari, quando si infortuna, ma resta in campo lo stesso perché nel frattempo il Milan ha esaurito le sostituzioni. Roque Júnior gioca quasi tutti i tempi supplementari da infortunato e contribuisce a suo modo a portare la sfida ai rigori, che vedranno prevalere il Milan. Un gesto che i tifosi rossoneri non hanno dimenticato.

Andrés Guglielminpietro
Nel 1999 il Milan vince lo scudetto più improbabile dell’era Berlusconi. La squadra arriva da due pessime annate ed è stata affidata a un allenatore piuttosto lontano dagli ideali di Berlusconi, che mette in discussione il “dogma” della difesa a 4 e gioca col 3-4-3: Alberto Zaccheroni.

Zaccheroni richiede espressamente l’acquisto di Andrés Guglielminpietro, semisconosciuto esterno argentino 24enne del Gimnasia La Plata. Per semplicità si trasforma ben presto in Guly e per metà campionato non vede mai il campo, o quasi. La svolta arriva alla sedicesima giornata: Guly viene schierato dall’inizio contro l’Empoli e diventa titolare inamovibile, trovando pure il suo primo gol nella giornata successiva contro il Perugia.

 

 

Il Milan nel frattempo è protagonista di una rimonta clamorosa: vince tutte le partite dopo lo scontro diretto contro la Lazio finito 0-0 e si presenta all’ultima giornata in testa alla classifica con un punto di vantaggio sui biancocelesti. La squadra di Zaccheroni difende il primato a Perugia, Guly segna un gol decisivo, quello che sblocca la partita, e al 90’ il Milan è campione d’Italia. Merito anche di Guly, protagonista inaspettato di uno scudetto improbabile.

Gianni Comandini
Prima dell’11 maggio 2001 Gianni Comandini è un promettente centravanti di 23 anni che sta sprecando la grande occasione della carriera. La stagione al Milan, cui è arrivato dopo aver trascinato il Vicenza in Serie A con 20 gol, non sta infatti andando come previsto. Si dice che non abbia legato con i compagni e che abbia litigato con Zaccheroni. Di sicuro la lombalgia lo limita per tutta la prima parte della stagione, ma anche quando torna disponibile le possibilità di giocare sono pochissime.

L’11 maggio 2001, invece, Comandini parte titolare nel derby e dopo nemmeno 20 minuti ha già segnato due gol, i primi e gli unici del suo campionato con la maglia rossonera, girando in porta prima di sinistro e poi di testa due assist di Serginho. La doppietta inaugura una serata storica: il Milan, infatti, vincerà il derby 6-0. «Quella partita ha rappresentato per me l’emozione calcistica più grande. Ancora oggi mi fermano per quella doppietta, è la cosa che la gente più ricorda di me», ha ricordato Comandini anni dopo, una volta ritiratosi per dedicarsi al surf e alla musica.

Mark Hateley
L’inizio degli anni Ottanta è un periodo buio per il Milan, retrocesso in Serie B per ben due volte e costretto a subire l’egemonia dell’Inter nel derby. Per rendere l’idea della distanza che separa le due squadre di Milano: nel 1984 i nerazzurri comprano uno dei migliori giocatori al mondo, Karl-Heinz Rummenigge, i rossoneri acquistano invece Mark Hateley da un club di seconda divisione inglese, il Portsmouth.

In quella stagione il primo derby si gioca il 28 ottobre: il Milan non batte l’Inter da sei anni e arriva sfavorito anche a quella sfida. I nerazzurri passano in vantaggio con Altobelli, poi pareggia Di Bartolomei su assist di Virdis. Ed è sempre Virdis a trovarsi sulla destra al minuto 63’, per crossare un pallone che Hateley gira in porta con un colpo di testa maestoso, sollevandosi letteralmente da terra.

 

 

Un gol iconico per la bellezza del gesto e fortemente simbolico, non solo perché permette al Milan di tornare a vincere il derby dopo sei anni. Hateley sovrasta infatti Fulvio Collovati, ex capitano del Milan passato all’Inter dopo la seconda retrocessione rossonera e considerato un “traditore” dai tifosi milanisti. Hateley che salta sopra Collovati è l’immagine plastica del dominio milanista di quel giorno, talmente forte da essere ricordata a oltre 30 anni di distanza nella coreografia di un altro derby, vinto 3-0 dal Milan il 31 gennaio 2016.

Jon Dahl Tomasson
Toccando sulla riga il pallone alzato da Inzaghi negli ultimi secondi del quarto di finale con l’Ajax nella Champions League del 2003, Jon Dahl Tomasson ha segnato un gol fondamentale per la storia del Milan. Eppure l’affetto dei tifosi rossoneri Tomasson non se l’è guadagnato quella sera. Anzi, il terrore che quel tocco inutile potesse cancellare la giocata assurda di Inzaghi e portare all’annullamento del gol per fuorigioco fece passare attimi di panico ai tifosi in attesa di esultare.

Nelle sue stagioni al Milan, Tomasson ha elevato tutte le qualità solitamente molto apprezzate in un giocatore che sa di essere una riserva: l’accettazione del proprio ruolo, la professionalità, la capacità di sfruttare ogni occasione, ed è ricordato dai tifosi come il giocatore efficiente per eccellenza.

 

 

Viene messo sotto contratto dal Milan nel 2002, a fine anno vince la Coppa Italia e la Champions League, gioca poco, ma riesce ad andare in doppia cifra (11 gol stagionali) e a segnare in ogni competizione giocata. La stagione successiva è quella che consacra la sua figura di risolutore di situazioni complicate: entra in squadra per l’infortunio che Inzaghi rimedia a Perugia scontrandosi con Kalac e giocando 17 volte da titolare contribuisce con 12 gol allo scudetto. Non bastano comunque a garantirgli un posto l’anno dopo, quando anzi deve subire anche la concorrenza di Hernán Crespo. Colleziona la sua ultima presenza con il Milan nella finale di Istanbul del 2005: quella volta, però, nemmeno la sua mistica di giocatore a cui bastano pochi minuti per cambiare una partita servì a ribaltare l’inerzia di una sfida girata inesorabilmente in favore del Liverpool.

I tifosi contemporanei

 

 

ARGOMENTI PER ATTACARE BOTTONE CON UN INTERISTA

Quanto può investire Suning?

Nell’estate 2016, la società cinese Suning Holdings Group (operante nella vendita al dettaglio di elettrodomestici e componenti elettronici) ha rilevato il 68,55% dell’azionariato dell’Inter. Come sempre accade quando una grande azienda straniera si affaccia sul mercato italiano, l’operazione è stata accolta con trepidazione, da un’euforia sconfinante nello scetticismo. Secondo il meccanismo del padre padrone ormai solidamente impiantato nella cultura popolare italiana, ogni cambio di proprietà viene recepito come un bivio in grado di stravolgere la dimensione e l’immediato futuro di una società, e in quel momento l’Inter ne aveva un gran bisogno.

Quando Suning acquista l’Inter, la squadra è allenata da Roberto Mancini. Di lì a breve sarebbe passata nelle mani di De Boer, poi in quelle di Vecchi, poi in quelle di Pioli, poi ancora in quelle di Vecchi, infine in quelle di Spalletti: per questo sembra passato veramente tanto tempo. È una squadra impantanata nelle posizioni meno prestigiose della prima metà della classifica, in quella fascia media da cui è veramente difficile tirarsi fuori alle condizioni economiche del calcio moderno, che è fortemente condizionato dalle competizioni internazionali e dagli squilibri finanziari che queste hanno generato. L’unica strada percorribile passa attraverso una solida programmazione pluriennale e un po’ di fortuna, di cui ogni azienda che dipende dai risultati sportivi non può fare a meno.

 

Dopo una prima stagione dominata da isteria e nevrosi, la fortuna sembrava aver definitivamente voltato le spalle alla nuova proprietà. Da una parte i tifosi invocavano finanziamenti per ristrutturare la rosa attraverso il calciomercato, dall’altra il Consiglio di Stato cinese invitava le aziende private con interessi all’estero a limitare gli investimenti nei settori considerati “non strategici” per l’economia nazionale, tra cui ovviamente il calcio. I tifosi avrebbero presto capito quello che la dirigenza cinese aveva ben chiaro dall’inizio, cioè che nel mercato del calcio contemporaneo le grandi squadre sono aziende perfettamente in grado di stare in piedi da sole, e che aumentare le fonti di ricavo è molto più importante degli investimenti a fondo perduto.

Difatti la grande minaccia sulla capacità di spesa dell’Inter negli ultimi anni non è stata costituita dal Consiglio di Stato cinese ma dall’UEFA, che ha preteso che i rigidi termini di un accordo siglato in precedenza fossero rispettati per intero, riportando una situazione di equilibrio nei conti dell’Inter. I soldi insomma ci sono, l’importante è spenderli bene, assecondando un progetto di crescita. Questo l’Inter l’ha fatto, sia finché il mercato è stato condotto da Sabatini sia quando il testimone è stato affidato al suo vice Ausilio, strappando alla concorrenza ventenni in odore di stardom, come Skriniar e Lautaro, e titolari di talento a costo zero, come De Vrij e Skriniar, confermando in tutto questo i due punti fermi della squadra, Brozovic e Icardi. A distanza di sette anni, finalmente, l’Inter è tornata in Champions: non si può dire che a quel bivio abbia imboccato la strada sbagliata.

 

Spalletti è completamente pazzo?

Ci è voluto poco per innamorarsene: forse è stato quando ha usato il senso di responsabilità come un macigno con cui fare leva sulle motivazioni di un ambiente scarico («i giocatori non la raccontano più a nessuno. Hanno avuto 5-6 tecnici di valore, è colpa anche loro se non si fanno risultati»); forse è stato quando ha incatenato la sua credibilità a un edificio allora traballante, per convincere tutti che non fosse ancora tempo di demolizioni («io ho due anni di contratto, ma se non faccio bene già al primo vado via. Vado via io, vanno via i giocatori e i dirigenti: è l’ultima chance per tutti»); forse è stato sin dai primi giorni di ritiro, quando ha assalito verbalmente un tifoso intento a deridere Ranocchia, l’ultima riserva in difesa (impossibile in questo caso riportarne il virgolettato).

È impossibile capire cosa attraversa la mente di Spalletti. A volte parla lentissimo e avviluppa i pensieri gli uni dentro gli altri, un po’ principe del foro, un po’ Conte Mascetti di Amici Miei. A volte sa essere incredibilmente sintetico, racchiudendo grandi verità in una pillola di saggezza, o ancora più sintetico, in un’alzata di sopracciglia. A bordo panchina sbraita, si sbraccia, si intristisce, cammina a testa bassa, in qualche modo trova l’illuminazione che capovolge l’inerzia della partita. La sua guida tecnica sulla panchina dell’Inter è stata generalmente molto furba e poco coraggiosa, abile e avveduta nella preparazione delle partite, appassionata e convincente nella motivazione del gruppo, un po’ lenta al momento di rischiare qualcosa per dare una scossa, di trovare la chiave tattica per trascinare la squadra fuori dalle spiagge mobili.

Eppure l’effetto-Spalletti è inconfutabile. Al primo tentativo, ha riportato la squadra in Champions come aveva promesso. Poi ha borbottato con i giornalisti, si è lamentato di una rosa non all’altezza delle sue aspettative («l’anno scorso non ho detto la verità. (…) L’Inter non mi ha messo a disposizione ciò che mi avevano detto, io l’obiettivo Champions non lo avevo condiviso»), ed è stato premiato da un mercato estivo di grande qualità per il potenziale di spesa attualmente a disposizione dell’Inter. Sul campo, al termine di numerosi esperimenti, ha trovato un equilibrio tra compattezza e controllo del possesso, e ha plasmato una squadra che adora attaccare in campo aperto, puntando la porta avversaria come facevano i marinai sui vascelli con i cannoni, ma che all’occorrenza sa chiudersi a difesa del vantaggio e proteggere l’area con i centrali grossi e insospettabilmente agili. Una squadra, però, dall’identità a tratti indecifrabile, un po’ come i pensieri che attraversano la mente di Spalletti.

 

È giusto che sia Icardi il capitano?

Per circa quindici anni, un’eternità in termini di generazioni calcistiche, la fascia da capitano dell’Inter è rimasta incollata al braccio di Javier Zanetti, che l’ha indossata sempre con la stessa compostezza, sempre con la stessa abnegazione, e soprattutto sempre con lo stesso taglio di capelli: quella piega con la riga al lato misteriosamente inossidabile al passare del tempo. Affidando la fascia a Mauro Icardi, l’Inter ha scelto di identificarsi nel suo giocatore più riconoscibile a livello internazionale, l’unico volto collocabile sulla copertina di un videogioco, oltre che, banalmente, l’asset di maggior valore in organico.

Il calcio è un gioco in continua evoluzione, in cui i ruoli cambiano seguendo la fluidità delle rivoluzioni tattiche. In parte, è un discorso valido anche per il ruolo di capitano, e infatti Icardi non è sicuramente un capitano tradizionale. Rappresenta l’Inter in quanto brand, e sé stesso in quanto brand, per questo ha sentito di doversi esporre in prima linea contro le canoniche istituzioni del tifo organizzato: lo ha fatto per pretendere rispetto verso i compagni di squadra (come nel famigerato episodio di Reggio Emilia), o per tutelare gli interessi personali (come in occasione della discussa autobiografia). In un certo senso, ne ha rivelato l’ipocrisia: quando Icardi scrive «state vicini all’Inter, io e i miei compagni abbiamo bisogno di voi», quelli rispondono «sono anni che non facciamo cori per i giocatori, il loro attaccamento alla maglia è direttamente proporzionato all’ingaggio».

L’ingaggio di Icardi in effetti continua a crescere, rinnovo dopo rinnovo, così come il suo attaccamento alla maglia, e alla città in generale. È il matrimonio perfetto per i due brand: di giorno veste i panni del centravanti dell’Inter, di notte presenzia alle sfilate di Versace. L’anno scorso, per infliggere lo smacco definitivo a un calcio che non esiste più, nell’arco di una settimana Icardi ha sfoggiato: il classico doppio taglio sfumato contro la Spal, una versione biondo platino per la trasferta a Crotone, e una rasatura integrale qualche giorno dopo a Bologna. Tre partite, tre look diversi, e due gol segnati tra una seduta e l’altra con il suo barbiere di fiducia. Ha chiuso la stagione con 28 gol, il secondo posto nella classifica cannonieri, una tripletta indimenticabile nel derby d’andata e un paio di record di precocità realizzativa (i 100 gol, i 100 gol con la maglia dell’Inter). I tempi stanno cambiando, ma Icardi è sempre il solito Icardi.

 

Cosa cambia con il ritorno in Champions?

Dal 2010 al 2017, negli stessi anni in cui la Juventus diventava una delle squadre e dei marchi più riconoscibili a livello mondiale, l’Inter ha completamente perso la bussola e si è trovata a cercare una via d’uscita dalla crisi procedendo a tentoni con gli occhi bendati. A conferma del crollo verticale, José Mourinho ha lasciato la squadra all’ottavo posto del ranking UEFA, Luciano Spalletti l’ha raccolta al cinquantanovesimo, distante anni luce dall’élite del calcio europeo.

«Ho detto ai giocatori che per allenare l’Inter ho lasciato la Champions e loro me la devono ridare», aveva detto presentandosi alla stampa. In qualche modo è riuscito a farsela restituire, passando per un autunno splendido e un inverno terribile, una rimonta subita dalla Juventus in casa nei minuti finali e una rimonta inflitta alla Lazio all’Olimpico nei minuti finali. Adesso potrebbe potenzialmente cambiare tutto, perché per quanto paradossale, i rapporti di forza nel calcio contemporaneo fanno sì che sia più semplice qualificarsi in Champions per le squadre qualificate in Champions. Il passaggio più difficile è proprio trovare un modo per tornarci procedendo a tentoni, con gli occhi bendati e la musichetta dell’Europa League nelle orecchie.

Quel passaggio è ormai alle spalle, e dopo un sorteggio veramente sconfortante, i primi due turni di Champions hanno portato in dote sei punti, buone prospettive di qualificazione, l’emozione di una splendida rimonta con il Tottenham, una vittoria di personalità sul campo del PSV, l’attesa frenetica di un doppio confronto con il Barcellona perfetto per affogare nei ricordi ubriachi del 2010. La finale peraltro si gioca di nuovo a Madrid, ma nessun tifoso interista è disposto a prestare l’orecchio agli scherzi del destino, che già troppe volte gli hanno giocato contro.

 

È stato davvero il miglior mercato degli ultimi anni?

La prima campagna acquisti condotta dal duo Sabatini-Ausilio, la prima vera e propria della presidenza Suning, aveva raccolto tiepide reazioni alla chiusura del mercato, e una profonda rivalutazione nei mesi successivi: Skriniar è uno dei difensori più completi della sua generazione, e potrebbe ancora mostrare nuove sfumature del suo talento; Vecino, nel bene o nel male, ha deciso nei minuti finali le due partite più memorabili e significative del ciclo di Spalletti, un pezzo di storia dell’Inter porta per sempre la sua firma; Borja Valero è un professore del gioco, quel profilo di centrocampista che l’Inter avrebbe dovuto inseguire negli anni in cui era alla ricerca di una direzione tecnica; Dalbert è… Dalbert, non ha ancora chiarito quante cose sappia fare su un campo di calcio, se non altro non ha la pressione di dover giocare sempre, e all’ultima presenza da titolare ha servito un assist a Lautaro.

Anche gli acquisti in prestito, Cancelo e Rafinha, si sono dimostrati fondamentali per trascinare l’Inter al quarto posto, e pazienza se nelle pieghe degli accordi con l’UEFA non si è trovato verso di conciliare il loro riscatto con la regolarità di bilancio. Questo per dire che la base da cui partiva l’Inter in estate era buona, ma aveva bisogno di un lifting soprattutto sul versante della profondità, della necessità di aumentare le soluzioni a disposizione di Spalletti, che ogni volta che le cose si mettevano male guardava sconsolato verso la panchina in attesa di una miracolosa apparizione. Cancelo e Rafinha sono stati nominalmente sostituiti da Vrsaljko e Nainggolan, due giocatori molto diversi sotto il profilo tecnico, ma di pari spessore internazionale, e probabilmente più coerenti con l’identità della squadra.

Tutti gli altri nomi nuovi, Asamoah e De Vrij su tutti, passando per il sorprendente Politano e l’entusiasmante Lautaro Martínez, si sono quantomeno dimostrati da subito degni di una maglia da titolare, e hanno sollevato l’asticella della competizione interna, elevando di conseguenza il livello di prestazioni della squadra. L’impressione destata da queste prime giornate è che l’Inter non sia ancora una squadra particolarmente brillante ma sia più consapevole dei suoi punti di forza, più sfacciata nell’imporre la sua solidità fisica e mentale nelle trasferte più difficili. Questo in attesa che entri in condizione Keita Baldé, che per ora è forse l’acquisto meno riuscito del ricco mercato estivo, ma in proiezione rappresenta l’arma che può aumentare i giri dell’attacco dell’Inter, e dare un significato nuovo a questa stagione di transizione.

 

STORIA RECENTE

I tifosi interisti sono storicamente disillusi, per questo però nei momenti peggiori si difendono con un ottimismo irrazionale. È così che Spalletti ha convinto tutti fin dalla prima conferenza stampa, sbandierando il traguardo della Champions come un obiettivo alla portata. Forse è così che ha convinto gli stessi giocatori, tutti visibilmente cresciuti nel suo sistema di gioco. Non tanto sul piano della tecnica e della creatività, sotto il quale l’Inter continua a mostrare quei difetti che hanno caratterizzato le precedenti gestioni, quanto sotto quello un po’ più astratto della credibilità, della fiducia nei propri mezzi e della forza mentale, della capacità di reagire quando esplode il barometro della pressione.

L’esempio perfetto da questo punto di vista è Danilo D’Ambrosio, che di recente ha segnato un gol bellissimo e fondamentale contro la Fiorentina, e già l’anno scorso era stato altrettanto decisivo nelle partite in bilico, compreso lo spareggio contro la Lazio, pur giocando metà campionato su una fascia e metà campionato sull’altra.

La flessibilità e la tenacia sono stati i tratti caratterizzanti dell’Inter di Spalletti per tutta la stagione, che è iniziata con un notevole filotto di vittorie, 12 nelle prime 15, condite da 3 pareggi, poi si è depressa in una spirale negativa senza fine, 9 punti nelle successive 10 partite, e infine si è risollevata grazie a un paio di intuizioni vincenti di Spalletti: Brozovic riscoperto regista a tutto campo creativo e disciplinato, la tecnica nello stretto di Rafinha usata per sbloccare le manovre d’attacco, la difesa finalmente in grado di salire di qualche metro senza perdere fiducia né efficacia. Alla fine è servito comunque il colpo di testa vincente di un uruguayo, perché lo sapete già, la garra charrúa, l’artiglio che graffia.

 

E ADESSO CHE SUCCEDE?

La stessa versione di Vecino si è riproposta nella partita contro il Tottenham, quella che a conti fatti ha cambiato faccia alla stagione dell’Inter. Fino a trenta giorni fa era quella del peggior avvio della storia recente della società (4 punti nelle prime 4 giornate, da quando esistono i tre punti a partita, soltanto nel 1995 e nel 2011). Poi è diventata quella delle 6 vittorie consecutive, una circostanza che si è ripetuta la miseria di due volte (una con Ranieri, una con Pioli) nel corso della lunga notte buia che ha seguito la finale di Madrid, e si è dissolta soltanto con il ritorno in Champions.

Non è chiaro adesso dove sia diretta l’Inter, e quanto forte sia diventata rispetto alla squadra che l’anno scorso ha strappato con i denti un sofferto quarto posto. Nello scenario migliore possibile, la squadra gioca un calcio divertente e ottiene la tessera di accesso a quel club esclusivo alle spalle della Juve, che garantisce la quasi certezza di incassare ogni anno i ricavi della Champions.

È uno scenario che si concretizza ogni volta che la squadra riesce ad alzare i ritmi: Nainggolan inizia a vincere tutti i contrasti dalla metà campo in su, Icardi ha modo di attaccare l’area con i suoi tempi, quasi sempre incomprensibili per la gran parte dei difensori che incontra, Perisic e Politano aggiungono preziose frecce all’arco, Asamoah in qualche modo è dovunque e fa sempre la cosa giusta, Brozovic tira i fili del gioco col suo repertorio di cambi di direzione, passaggi lunghi e delicati filtranti.

Purtroppo è impossibile imporre questo contesto per tutta la partita, e soprattutto per tutta la stagione, e ogni tanto l’Inter si rompe, non trova più le distanze, commette errori banali, rimbalza sulle difese avversarie senza la forza di accorciare sulle seconde palle. Va detto che anche in quelle fasi della partita riesce a conservare una sorprendente solidità difensiva, e che in questo momento Skriniar e De Vrij rendono d’oro tutto quello che toccano (in parte anche Miranda, nonostante qualche recente blackout).

Spalletti si augura che questo delicato equilibrio sia sufficiente a battere la concorrenza, composta da almeno altre quattro credibili candidate a quei tre posti Champions alle spalle della Juve (Napoli, Roma, Milan, Lazio) e da un paio di outsider da valutare sulla lunga distanza. Per questi ed altri motivi, il derby di domenica è una tappa fondamentale della stagione.

 

LEGGENDE INTERISTE

Giuseppe Meazza
È stato il centrattacco per eccellenza, il giocatore per cui Vittorio Pozzo coniò il sempre attuale «averlo in squadra significava partire dall’1-0», poi riciclato per ogni grande attaccante della storia del gioco. Esordì tra i professionisti a 17 anni, lanciato da Arpad Weisz, che gli insegnò a usare entrambi i piedi con la stessa sensibilità, a furia di calciare il pallone contro il muro. Entrò nello spogliatoio ed era l’unico con i calzoni corti. «Facciamo giocare anche i balilla?», commentò il capitano Leopoldo Conti, e il soprannome gli restò incollato per sempre. Anche perché ci mise poco a diventare mito popolare, e quindi icona dell’ideologia fascista.

È stato la prima popstar del calcio italiano: vestiva bene, frequentava i locali notturni, prestava il volto alle pubblicità. Si divertiva anche in campo. Giocava coi portieri come i matador al centro della corrida, fermava il pallone, li invitava ad uscire, all’ultima occasione utile spostava la palla con l’interno accompagnandola con tutto il peso del corpo, e appoggiava a porta vuota. I portieri iniziarono a rifiutarsi, a temere l’umiliazione, allora calciava preciso e potente, cogliendoli in contro-tempo. Con la maglia dell’Inter vinse tre campionati, segnò 284 gol in poco più di 400 partite (tuttora recordman irraggiungibile), e vinse tre volte la classifica cannonieri, ma non era ossessionato dalla porta.

Nella Nazionale di Vittorio Pozzo, con cui vinse i Mondiali del ‘34 e del ‘38, accettò di fare un passo indietro e di agire da rifinitore, o meglio da interno offensivo, stando ai dettami del Metodo. Del resto aveva piedi da regista – a Milano dicevano che non calciasse il pallone, lo accarezzasse – e il baricentro basso, caratteristiche ideali per giocare alle spalle di un centravanti esplosivo. Ai Mondiali francesi, in cui era anche capitano della selezione azzurra, compose con Piola una delle coppie d’attacco più divertenti e prolifiche della storia della Nazionale. Del fantasista, del resto, aveva anche l’attitudine: «non gli ho mai visto un capello fuori posto», ricordava con affetto Ricardo Zamora, uno dei pochi portieri a cui non riuscì a segnare in gare ufficiali.

Giacinto Facchetti
La cultura dominante nell’Italia dei primi anni Sessanta condivideva una visione da catena di montaggio, esasperata dall’introduzione del Catenaccio che aveva ulteriormente svuotato il centrocampo: gli attaccanti devono attaccare, i difensori devono difendere. Fermo nelle sue convinzioni, Gianni Brera pianse d’amarezza quando Helenio Herrera vide nel 18enne Giacinto Facchetti il prospetto di un grande terzino. Lo definì «un Ribot stolidamente umiliato a ronzino, costretto alle stanghe plebee del ruolo di terzino marcatore».

Il 18enne Facchetti era un atleta destinato a spostare in avanti le lancette dell’evoluzione del gioco. Era alto un metro e ottantotto (il più alto della Grande Inter) e correva i 100 metri in 11 secondi netti. Arrivava dalla Trevigliese, una squadra di dilettanti del paese natale, dove giocava da attaccante e segnava tantissimo. Era un destro naturale, ma calciava benissimo anche col sinistro, traiettorie secche e potenti che i portieri dell’epoca non erano fisicamente preparati a fronteggiare. Su questo irripetibile concentrato di tecnica, forza fisica e dedizione, Herrera costruirà la figura mitica del terzino fluidificante, un giocatore in grado di interpretare le due fasi di gioco senza soluzione di continuità, in barba alla cultura dominante.

Facchetti segnò tantissimo anche nei diciott’anni al servizio dell’Inter, anche con il numero “3” sulle spalle. Ben 75 gol, con il picco dei 10 gol segnati nel campionato ‘66: per un difensore, un record che avrebbe resistito vent’anni, e che escludendo i rigori rimane tutt’ora ineguagliato. Forse il più bello, sicuramente il più memorabile, è il gol segnato al Liverpool, che portò l’Inter in finale della Coppa Campioni 1965. Inizia l’azione Picchi (altro giocatore modernissimo) tagliando il campo con un passaggio filtrante, riceve Mazzola che al suo fianco trova Corso, che nel frattempo ha visto l’inserimento prepotente di Facchetti e aspetta il momento giusto per servirlo con l’esterno. Destro violentissimo, 3-0, rimonta completata.

 

 

Prima da calciatore, poi da dirigente, Facchetti è stato un simbolo di correttezza e galanteria («dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare. Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi», ricorderà Moratti dopo la scomparsa, in una lettera commovente). In vent’anni di carriera è stato espulso una sola volta, per aver applaudito polemicamente un arbitro. In un ambiente profondamente machista si difendeva con la consueta dignità: «penso che il calcio sia ancora uno spettacolo, quindi bisogna evitare nel possibile di fare degli interventi pericolosi per l’avversario». Da qualunque angolazione lo si osservasse, Giacinto Facchetti sembrava sbarcato dal futuro.

Lothär Matthaus
Nell’estate dell’88, l’Inter non vince lo scudetto da otto anni e non ci è neanche mai andata particolarmente vicina. Per non perdere terreno in un campionato che ospita i giocatori più forti del mondo, il presidente Pellegrini decide di colmare il gap con le rivali con l’unico mezzo possibile, il mercato. Decide di assecondare Trapattoni e si presenta alla porta del Bayern Monaco con 8 miliardi di lire per acquistare Brehme e Matthaus, pilastri della nazionale tedesca. Qualche mese dopo, l’Inter festeggia il suo tredicesimo scudetto.

Matthaus calza fin troppo perfettamente lo stereotipo: ha i lineamenti severi e la carnagione livida, un accento marcatamente teutonico, un nome che in germanico significa «celebre guerriero», e alla prima intervista italiana decide di affrontare con sfrontatezza la delicata sfida linguistica: «no paura di Milan, no paura di Napoli, no paura di Juve, noi buona squadra». Convince tutti che sia possibile tornare a vincere.

In ogni frase, in ogni giocata, sprigiona un agonismo contagioso: segna il primo gol italiano alla seconda giornata contro il Pisa, per esultare si lancia sulle inferriate che separano il primo anello dal campo, contro una folla delirante. Sulle spalle porta il numero “10”, ma è un centrocampista totale. Tenace difensore (Beckenbauer, il suo idolo, gli aveva assegnato la marcatura di Maradona nella finale dei Mondiali ‘86), meraviglioso tiratore (il suo gol più pesante è la punizione contro il Napoli che assegna all’Inter lo scudetto), spietato incursore.

 

 

Soprattutto, è il leader dello spogliatoio, l’uomo che prende la parola nei momenti più difficili e trascina la squadra oltre ogni difficoltà. Quando l’Inter rimonta lo svantaggio contro il Napoli, vince la partita e conquista matematicamente lo scudetto ‘89, Pizzul gli chiede dell’impatto sul campionato, e Matthaus risponde citando le riserve: «non solo io, anche Fanna, anche Verdelli, anche Bianchi». Poi aggiunge, «questo per me vale come tre scudetti in Germania».

Sarà il primo interista a sollevare un Pallone d’Oro, nel 1990, dopo aver battuto ancora Maradona, stavolta in finale dei Mondiali. Maradona lo adorava, nel 1987 aveva spedito quattro emissari con una valigetta piena di soldi nella sua residenza di Monaco, per convincerlo a firmare per il Napoli. Lo definirà «il più grande calciatore affrontato nella mia carriera».

Ronaldo Luis Nazario Da Lima
Vent’anni prima di Neymar, il talento assurdo del ventenne Ronaldo convinse Moratti a pagare i 53 miliardi di clausola rescissoria che l’agente Branchini aveva subdolamente inserito nel contratto del brasiliano. Lo strumento della clausola non era un istituto contrattuale comune per l’epoca e lo sgarbo fu mal digerito dai catalani, ma Moratti è stato un presidente di vorticose passioni, ed era facilissimo perdere la testa per quel prototipo di androide dal sorriso abbagliante, che sfidava le leggi della dinamica e ridicolizzava le difese.

Arrivò a Milano indossando il “10” e se ne andò indossando il “9”, che nel frattempo era diventato un brand di fama internazionale, accanto alla prima lettera del nome. Era un attaccante totale, un dieci nel corpo di un nove, un nove con le movenze di un dieci. Gigi Simoni passerà alla storia come il tecnico con meno originalità e più buon senso del secolo interista. Di fronte allo spogliatoio convocato per discutere delle abitudini alimentari, un tema da sempre delicato per Ronaldo, si limitò a dire «per me siete tutti uguali, tranne uno»: mozione approvata con plebiscito.

Ronaldo fu vittima di una cultura calcistica e di un metro arbitrale che non tutelavano il talento. Nel sistema di Simoni, prosaicamente ribattezzato palla-a-Ronaldo, agiva spesso da unica punta, che si abbassava per ricevere in qualunque punto del campo e trascinava su il baricentro della squadra a forza di accelerazioni esplosive e dribbling ipnotici. La sua centralità lo costringeva a subire ogni partita un’immorale quantità di calci e pestoni, finché le sue ginocchia crollarono

La prima volta nel novembre ‘99 – non sembrava un grave infortunio, uscì dal campo sulle sue gambe, ma ci ritorno’ soltanto 6 mesi dopo. Diagnosi: lacerazione del tendine rotuleo. Il pubblico interista lo attenderà fremente, sognandolo in coppia con Vieri. L’illusione durò soltanto sei minuti, il tempo trascorso tra l’ingresso del Fenomeno in finale di Coppa Italia e l’urlo di straziante dolore con cui gelò l’Olimpico, dopo aver tentato di replicare il suo marchio di fabbrica, il doppio passo.

Due anni dopo, sempre all’Olimpico, sempre contro la Lazio, giocherà l’ultima partita con la maglia dell’Inter, e anche allora non riuscirà a trattenere le lacrime, stavolta per uno scudetto perso. Dopo le numerose incomprensioni con Cúper e una generosa offerta del Real Madrid, Moratti si convincerà a cederlo. Ronaldo è costretto a fuggire nella notte, mentre i tifosi gli urlano «ingrato!» e gli lanciano le pietre.

Javier Zanetti
Per tutti noi, semplicemente, il caaa-piii-taaa-nooo. Così lo introduceva lo speaker del Meazza dopo l’ultima delle 858 partite giocate con la maglia dell’Inter (prendetevi un secondo per respirare e rileggete: ottocentocinquantotto). In effetti, non aveva bisogno di aggiungere nient’altro. Zanetti è stato il giocatore con più presenze, con più minuti giocati, con più fasce da capitano indossate e con più trofei conquistati della storia dell’Inter. Tra l’ottobre 2006 e il dicembre 2009 ha giocato 162 partite consecutive, senza fermarsi mai.

Arrivò in Italia nel 1995 dal Banfield, appena ventenne, e fu presentato alla stampa con una sontuosa cerimonia sulla terrazza Martini, una sorta di taglio del nastro della presidenza Moratti. In quell’occasione Zanetti si definì un volante, un centrocampista difensivo, che all’occorrenza può giocare sulla fascia. Nei successivi vent’anni avrebbe giocato: difensore centrale (con Gasperini), terzino destro (con Cúper), terzino sinistro (con Simoni), mediano (con Mourinho), interno di centrocampo (con Hodgson), esterno alto (con Lippi), arrivando a ricoprire anche tre/quattro ruoli diversi nell’arco della stessa stagione.

In campo, ha lasciato il segno con le progressioni inarrestabili che gli sono valse il soprannome di Tractor, quegli slalom da mezzofondista con la testa bassa e la palla sempre attaccata al piede, che incredibilmente a 37 anni gli riuscivano ancora con la stessa naturalezza dei primi giorni. Ha anche segnato qualche gol memorabile, spesso calciando forte dalla distanza, quasi a occhi chiusi: uno in finale di Coppa UEFA contro la Lazio, uno contro la Roma che a posteriori è valso uno scudetto, uno contro il Tottenham, che lo rende tuttora il giocatore più anziano ad aver segnato in Champions League.

 

 

Fuori dal campo, è sempre stato un modello impeccabile, il professionista così ossessionato dall’etica del lavoro da allenarsi anche la mattina del matrimonio, la bandiera dalla reputazione immacolata, rispettata dagli avversari e venerata dai suoi allenatori. «Zanetti trasmette la gioia di fare del calcio il tuo lavoro, ogni mattina», come ha detto Mourinho. Ancora oggi, che ha appeso la maglia numero “4” per indossare i panni del vice presidente, Zanetti sembra genuinamente buono.

Non è mai riuscito a parlar male di nessuno, neanche di Hodgson verso il quale ebbe l’unica, singolare dimostrazione di insofferenza, dopo una sostituzione in finale di Coppa UEFA. Soltanto su Tardelli, che in un delirio di onnipotenza voleva togliergli la fascia e cederlo al Real Madrid, si è concesso di scrivere «è stato il peggiore come tecnico e come uomo. (…) Tardelli è scarso». Alla fine Tardelli fu cacciato, Zanetti rimase all’Inter per altre 13 stagioni. Nell’Inter gli allenatori passano, e alcuni molto in fretta, ma c’è solo un capitano.


LE PARTITE GLORIOSE

Inter – Real Madrid 3-1
Da una parte il Real Madrid che aveva vinto le prime cinque edizioni della competizione, ma aveva già conosciuto il sapore della sconfitta un paio di anni prima contro il Benfica. Dall’altra l’Inter di Helenio Herrera, che aveva promesso ad Angelo Moratti lo scudetto in tre anni, e al terzo finalmente c’era riuscito. Da una parte una squadra alla fine del suo ciclo glorioso, che portava il peso dei 37 anni di Di Stéfano, dei 36 di Puskás, dei 35 del libero Santamaria. Dall’altra una squadra che stava per aprirne un altro (quattro campionati e due Coppe dei Campioni consecutive), e che da poco più di un anno aveva lanciato l’allora 21enne Sandro Mazzola. Più che una finale, un passaggio di consegne.

Al di là di quello che ha rappresentato – la prima grande vittoria dell’Inter in campo europeo, il trionfo di Moratti padre che Moratti figlio avrebbe inseguito per un ventennio – la partita in sé non fu particolarmente divertente. I grandi colpi estemporanei furono soffocati dalla catena di errori e leggerezze che andava propagandosi a tutte le altezze del campo, come spesso succede nelle finali equilibrate, in cui stanchezza e timore di perdere prevalgono su entrambi i fronti. A oltre mezzo secolo di distanza, però, sarebbe indoveroso dimenticare: il meraviglioso destro dalla distanza di Mazzola che apre le marcature, la visione di gioco di Picchi che gioca contemporaneamente da ultimo baluardo della difesa e da primo regista dell’attacco, la sovrannaturale capacità aerobica di Jair, in grado di condurre il pallone senza difficoltà per tutta la fascia destra, da bandierina a bandierina.

 

 

Le assegnazioni di Herrera erano state chiare, come da prassi dell’epoca: Guarneri avrebbe marcato a uomo Puskás, i due terzini Facchetti e Burgnich avrebbero controllato le ali Amancio e Gento, e il ventenne Tagnin avrebbe seguito Di Stéfano «anche in bagno», stando agli aneddoti vagamente leggendari su quella notte viennese. Anima proletaria al centro di una squadra fortissima, Tagnin diventerà il simbolo di quell’Inter votata al sacrificio e al Catenaccio (con la “c” maiuscola), che seppe spezzare con ogni mezzo il palleggio del Real Madrid, e ribaltare a proprio favore l’inerzia della partita nei momenti più difficili. Dopo ogni grande azione del Real, all’Inter bastava lanciare Mazzola in campo aperto contro difensori che in nessun modo potevano contenerlo. Dopo il fischio finale, il primo ad avvicinarglisi fu Puskás, che già aveva giocato contro il padre: gli regalò la maglia prima che Sandro, emozionatissimo, potesse chiedergliela.

Inter – Aston Villa 3 – 0
Il 2-1 con cui la Germania elimina l’Olanda negli ottavi di finale dei Mondiali del 1990 è una delle migliori rappresentazioni possibili dell’assoluta superiorità del calcio italiano in quel periodo storico. Si gioca a Milano – non poteva essere altrimenti – e la squadra capitanata da Matthaus elimina con due gol di Klinsmann e Brehme la squadra di Gullit, Van Basten e Rijkaard. La Germania andrà avanti nel torneo, e i tifosi interisti esulteranno come avessero vinto un derby. In quel breve ciclo a cavallo tra i due decenni, con Trapattoni in panchina e i tre tedeschi in campo, l’Inter riuscirà a sollevare la Coppa UEFA 1991, unica affermazione in campo europeo.

Erano gli anni immediatamente precedenti alla riforma della Champions League, e quindi in Coppa UEFA ci andavano tutte le migliori squadre, ad eccezione dei campioni nazionali. C’era l’Atalanta, che l’Inter eliminò ai quarti, c’era la Roma, che l’Inter sconfisse nella doppia finale (erano anche gli anni più felici del calcio italiano), e altre insidiose trasferte europee disseminate lungo il percorso. Il 7 novembre 1990, la squadra di Trapattoni fu chiamata a rimontare il 2-0 rimediato al Villa Park dall’Aston Villa di Platt, Daley e Cascarino. La partita si gioca a San Siro su un terreno ridotto a pozza di fango, che non facilita le combinazioni palla a terra della trequarti nerazzurra, soprattutto nell’ottica di dover segnare almeno tre gol, cercando anche di non subirne.

Per caricare l’ambiente, i giornali ricordano la storica rimonta inflitta al Liverpool nella Coppa Campioni 1965 (un altro 3-0), per quanto l’essere costretti a tornare indietro di venticinque anni per trovare un precedente favorevole non suoni mai di buon auspicio. Invece accade l’imponderabile: nel primo tempo, un lancio lungo di Berti attiva Klinsmann, che porta in vantaggio l’Inter con un saggio di accelerazione, forza fisica e coordinazione in precario equilibrio; nel secondo tempo, due meravigliose conclusioni al volo di Berti e Bianchi completano la rimonta. In panchina, come sempre, al fianco di Trapattoni siede Camillo Cedrati, il dirigente interista incaricato di procurarsi, per intercessione di un frate suo amico, l’acqua santa da spargere sul terreno. Su un campo così pesante, ne sarà servita parecchia.

 

 

Inter – Lazio 3-0
Anche la Coppa UEFA 1998 passò attraverso una rimonta memorabile, stavolta ai danni dello Strasburgo, una piccola società francese. Solito copione: sorprendente 2-0 all’andata, inappuntabile 3-0 al ritorno, con la carica di San Siro e le firme di Ronaldo, Zanetti e Simeone. L’affermazione più netta e luminosa arrivò poi in finale, nella splendida cornice parigina di Parc des Princes, contro un avversario prestigioso: la Lazio di Sven Goran Eriksson che aveva vinto la Coppa Italia e conteso la testa del campionato fino a poche giornate dal termine. Nell’ultimo scontro diretto, giocato all’Olimpico due mesi prima, aveva vinto la Lazio 3-0, e avevano segnato Fuser, Boksic e Casiraghi.

Zamorano e Ronaldo si sarebbero affrontati nello stesso stadio soltanto un mese dopo, quando il Cile si sarebbe piegato al volere del Fenomeno. Quella notte però fanno reparto insieme, e non lasciano riferimenti a una squadra stanca come appare la Lazio fin dalle prime battute. Dopo cinque minuti, mentre Nesta e Negro sono concentrati sui movimenti di Ronaldo, Simeone li sorprende con un lancio lungo e Zamorano gli scappa alle spalle con un taglio feroce. Il cileno misura con lo sguardo i rimbalzi del pallone sul terreno e lo colpisce una volta sola, con la gamba in estensione, quanto basta per anticipare Marchegiani. Con un’azione simmetrica, pochi minuti dopo l’inizio del secondo tempo, l’Inter potrebbe chiudere la partita. Ancora Ronaldo si muove davanti alla difesa laziale, e ancora Zamorano scappa alle spalle: pallonetto precisissimo di Djorkaeff, accelerazione, sinistro, palo.

A posteriori, una benedizione: se Zamorano avesse segnato, e Simoni avesse speculato sul doppio vantaggio, forse non avremmo avuto occasione di vedere due dei gol più belli della storia della competizione. Il primo lo segna Zanetti, con quello che Bruno Pizzul in telecronaca definisce «un destro fiondato», un violentissimo colpo di controbalzo dopo una sponda di Zamorano, che centra perfettamente l’incrocio dei pali. Il secondo lo segna Ronaldo, lanciato a velocità supersonica oltre la difesa della Lazio, tanto che è impossibile capire se sul filtrante di Moriero sia fuorigioco o meno, ed è impossibile capire cosa succeda qualche secondo dopo, quando si ritrova di fronte a Marchegiani. Solo il rallenty riuscirà a rendere omaggio a quel doppio passo che lo consegnerà alla storia.

Inter – Milan 3-2
Nel momento in cui Adriano stacca da terra, saltando più in alto di Vieri, che proprio in estate aveva attraversato il Naviglio, i tifosi non possono sapere che non l’avrebbero mai più visto esultare così. Qualche minuto prima aveva segnato Stam, con un colpo di testa su punizione di Pirlo, la stessa funesta combinazione che aveva eliminato l’Inter dalla Champions dell’anno precedente. Era una ferita ancora aperta, l’ennesima dimostrazione di superiorità del Milan in Europa, che quel 2-2 raccolto a cinque minuti dalla fine aveva reso dolorosissima.

Il pareggio ad ogni modo sembrava il risultato più giusto, in una partita intensa, molto fallosa, che soltanto le accelerazioni brucianti di Martins e le insidiose punizioni di Pirlo avevano saputo sbloccare. Poi, al novantaduesimo, è ancora un calcio piazzato a rovesciare gli equilibri: il sempre risolutivo Julio Crúz, entrato al posto di Martins nei minuti finali, tenta un’azione solitaria e si procura un calcio d’angolo. Verón scodella un pallone morbido al centro dell’area di rigore su cui Adriano imprime il sigillo imperiale, 3-2.

 

 

Alla vigilia del derby, Mancini aveva detto di credere ancora nell’attaccante brasiliano, nonostante il lato oscuro che aveva lasciato intravedere: «quando si è giovani bisogna anche sbagliare, per poter poi capire quali sono gli errori che non si devono fare durante la propria carriera, perché poi la carriera sembra lunga ma finisce in un attimo». Sarà premiato da quella strepitosa prestazione, ma con il passare del tempo i suoi consigli assumeranno sempre più i contorni dell’inquietante premonizione.

Barcellona – Inter 1-0
Più della finale di Madrid, vinta 2-0 con il 32% di possesso palla, più della semifinale di andata, giocata su un terreno intenzionalmente non rizollato né innaffiato, la migliore rappresentazione possibile dell’Inter di Mourinho è proprio la trionfale trincea di fronte ai 96,000 spettatori del Camp Nou. Probabilmente, la sconfitta più dolce della storia dell’Inter.

L’Inter deve difendere il doppio vantaggio della partita di andata. In assenza dell’infortunato Pandev, Mourinho sceglie di avanzare Chivu in posizione di esterno sinistro e di schierargli Zanetti alle spalle, di modo da controllare la fascia destra del campo in cui si muovono Dani Alves, Xavi e Messi. Dopo dieci minuti, un taglio diagonale con la palla di Dani Alves costringe Thiago Motta all’ammonizione. Neanche un quarto d’ora dopo, nel tentativo di difendere un pallone piovutogli addosso da un cambio di gioco, Motta rifila una manata a Busquets e si fa espellere.

Per coprire il vuoto, Mourinho non rinuncia all’inesauribile presenza centrale di Sneijder, e sposta Chivu al centro al fianco di Cambiasso. Eto’o scala sulla fascia sinistra, cruciale per le sorti della partita, e Milito si allarga a destra in posizione simmetrica, perché meno propenso del camerunense allo sfiancante lavoro di copertura richiesto. Con questo inedito 4-4-1, l’Inter resiste per circa un’ora al completo dominio blaugrana sulla partita.

Le linee dei reparti si muovono in perfetta coordinazione, cercando di guadagnare ogni metro a disposizione per difendere al di fuori dell’area di rigore: un atteggiamento difensivo, ma mai puramente passivo, che riflette il grande lavoro tattico e psicologico di Mourinho. Segna solo Piqué, oltretutto in sospetto fuorigioco, e l’Inter approda in finale nonostante un clamoroso, a suo modo storico, 13% di possesso palla. Mourinho commenta orgoglioso: «non volevamo la palla, perché quando il Barcellona pressa e riconquista il pallone, noi perdiamo le nostre posizioni. Non volevo perdere mai le posizioni in campo, per questo non volevo la palla. Piuttosto, l’abbiamo regalata».

Altri episodi disseminati lungo la partita (la parata impossibile di Júlio César su Messi, la prestazione incolore di un affranto Ibrahimovic, il gol annullato a Bojan nei minuti di recupero) impreziosiscono la sceneggiatura da thriller fino a farle assumere i tratti dell’epica contemporanea. Suggestione immediatamente raccolta: nello spot di una marca di tè freddo, girato qualche anno dopo, Mou attiva sornione gli idranti dello stadio per regalare ai presenti “una sensazione di freschezza” (sottolineata dal claim pubblicitario), e quelli iniziano ad abbracciarsi in mezzo al campo come i giocatori dell’Inter nella notte di Barcellona.


LE PARTITE DOLOROSE

Celtic – Inter 2-1
Gli inglesi hanno inventato il calcio, lo hanno esportato nel mondo e gli hanno dato un regolamento universalmente condiviso, ma fu uno scozzese a ricollocare il Regno Unito sulla mappa europea, portando per la prima volta una Coppa dei Campioni oltremanica, nel 1967. Jock Stein aveva idee tattiche innovative e una smodata ambizione, che lo convinse fosse possibile ereditare e condurre sul trono del calcio europeo una banda di local boys cresciuti insieme (Bobby Lennox, nato a 50 chilometri da Glasgow, era considerato il forestiero del gruppo).

L’Inter invece è già una squadra leggendaria, che negli ultimi quattro anni ha vinto 3 scudetti, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, e per questo è ampiamente favorita. Nella prima parte di stagione ha superato indenne trasferte ostiche in Unione Sovietica, Ungheria, Bulgaria, ha eliminato ancora il Real Madrid, e in campionato ha accumulato un vantaggio enorme sulle inseguitrici, che inizia a ridursi drammaticamente con l’arrivo della primavera. L’Inter non riesce più a vincere, si fa eliminare dal Padova nelle semifinali di Coppa Italia, in campionato pareggia quattro delle ultime sei partite, e in mezzo perde lo scontro diretto con la Juventus, che all’ultima giornata si porta a un solo punto di distanza.

Prima, però, c’è l’attesissima finale, che si gioca eccezionalmente alla luce del sole, con il calcio di inizio programmato per le 17.30. La squadra di Herrera domina i minuti iniziali e passa in vantaggio con un rigore trasformato da Mazzola, poi si scioglie nel caldo torrido di Lisbona. I ragazzi di Stein prendono campo e fiducia, fanno girare il pallone, travolgono Sarti (saranno 42 i tiri tentati a fine partita), sgretolando quel che rimane della difesa più forte del mondo.

L’Inter riesce comunque a chiudere in vantaggio il primo tempo, poi il tracollo: il pareggio lo segna l’onnipresente Tommy Gemmell con un irresistibile destro da fuori area, il gol della vittoria lo segna Stevie Chalmers, deviando sotto porta un tiro di Murdoch. Qualche giorno dopo, l’Inter perde anche a Mantova, consegnando alla Juventus lo scudetto 1967 e agli annali la fine di un ciclo glorioso.

Inter – Bayern Monaco 1-3
In principio, doveva essere una festa. C’erano tutti gli ingredienti: il 7 dicembre a Milano si celebra Sant’Ambrogio, la festa patronale, e il 7 dicembre 1988 ricorrevano gli ottant’anni esatti dalla fondazione dell’Inter. In quella data si gioca il ritorno degli ottavi di Coppa UEFA, e San Siro è allestito per le grandi occasioni. Del resto lo storico 2-0 strappato in trasferta all’Olympiastadion di Monaco, condito dalla memorabile cavalcata di Nicola Berti attraverso tutta la metà campo bavarese, concedeva un discreto margine di serenità.

L’Inter perde la partita nel momento in cui Brehme è costretto a lasciare il campo per infortunio, alla mezz’ora di gioco. Lo staff medico impiega cinque minuti per valutare se fosse il caso di procedere alla sostituzione, e il Bayern ne approfitta per pasteggiare sulla fascia destra rimasta sguarnita. Da un cross nasce il gol di Wohlfarth, che appoggia in rete un colpo di testa respinto da Zenga, poi subentra Rocco per sostituire Brehme, ma lo spartito non cambia.

Pochi minuti dopo, Augenthaler sorprende la difesa con un imperioso terzo tempo che inizia fuori area e gli permette di staccare altissimo. L’Inter è ormai alle corde, stordita dall’intensità del Bayern, quando subisce il definitivo k.o.: al quarantunesimo, un taglio chirurgico di Wegmann alle spalle della difesa conclude un’altra azione costruita sulla fascia destra. Allo scadere del primo tempo, un gol in mischia di Serena illude i tifosi che una rimonta sia possibile, ma la partita si spegne all’improvviso. Un’altra festa rovinata.

 

 

Juventus – Inter 1-0

Erano anni difficili. A quattro giornate dalla fine, Juventus e Inter si ritrovavano appaiate in testa alla classifica, con un punto di vantaggio a favore della Juve e lo scontro diretto da giocare a Torino. «Speriamo che domenica ci sia un arbitro daltonico, e non si faccia influenzare dal colore delle maglie», aveva commentato sarcastico l’avvocato Prisco alla vigilia. La partita è una perfetta rappresentazione del calcio italiano pre-Calciopoli: due grandi squadre animate da una rivalità viscerale, che sposta il terreno della contesa sul piano della resistenza nervosa. La massima espressione del nostro movimento calcistico si riduce presto a un duello in cui offendere con i calci, le gomitate, l’intimidazione, e difendersi con il sospetto, così radicato nella cultura italiana dell’epoca.

Gigi Simoni passerà i successivi vent’anni a dire che l’arbitro Ceccarini gli ha rovinato la carriera, e l’arbitro a ridere delle sue accuse. Il pomo della discordia è il famoso contatto tra Iuliano e Ronaldo, che forse non avrebbe cambiato la storia del campionato (in fondo la Juventus era in vantaggio, e con un pareggio sarebbe rimasta in testa alla classifica), però contribuirà a rinsaldare quella percezione di sostanziale impotenza da parte interista. Soprattutto per quello che succede nei venti secondi successivi: mentre tutti i giocatori dell’Inter sono impegnati a protestare, Zidane e Del Piero ribaltano il fronte e si procurano un rigore simile, per un gioco perverso del destino, al contatto non fischiato poco prima.

 

 

Stavolta Ceccarini lo fischia, ma Del Piero lo calcia malissimo, dimostrando di soffrire l’atmosfera densa di insostenibili polemiche. Peccato, perché finché si era giocato a calcio, aveva meravigliosamente tenuto testa alla sfida nella sfida, quella con Ronaldo. In questo momento Del Piero è nella fase più brillante della sua carriera, quella immediatamente precedente all’infortunio di Udine. Ha il passo leggero, sembra lievitare a un palmo dal terreno, accarezza delicatamente il pallone come se quelle gambe non avessero mai conosciuto la fatica. Dopo venti minuti fa girare la testa a Fresi, mette a sedere Pagliuca e porta in vantaggio la Juventus. Al di là di ogni decisione arbitrale, è questa la giocata che decide la partita, e assegna lo scudetto alla Juve.

Lazio – Inter 4-2
Una costante, nella storia delle disfatte interiste, è che il tracollo si materializza puntuale dopo ampie segnalazioni di pericolo. È in qualche modo rassicurante, e allo stesso tempo beffardo: sai che sta arrivando, e non puoi fare nulla per evitarlo.

A cinque giornate dalla fine, dopo aver vinto lo scontro diretto con la Roma, l’Inter di Héctor Cuper ha sei punti di vantaggio sulle inseguitrici. Riuscirà incredibilmente a perdere in casa contro l’Atalanta di Vavassori, e poi a subire il pareggio del Chievo nei minuti di recupero due settimane dopo, esattamente mentre Nedved sblocca con un tiro da 25 metri una complicata trasferta a Piacenza. In un batter d’occhio, lo svantaggio si assottiglia di 4 punti, obbligando l’Inter a vincere l’ultima partita di campionato contro la Lazio.

Dopo una stagione deludente, la Lazio di Zaccheroni ha bisogno di vincere per la certezza di una qualificazione in Coppa UEFA, ma i 76,000 spettatori presenti all’Olimpico (molti dei quali di fede interista) sarebbero tutti ben felici di vedere l’Inter fregiarsi dello scudetto dopo 13 anni di astinenza, per via del gemellaggio che lega le due tifoserie. La partita è lenta e nervosa: la squadra di Cúper va in vantaggio con Vieri, si fa raggiungere da Poborsky, torna in vantaggio con Di Biagio, e subisce ancora il pareggio di Poborsky allo scadere del primo tempo, complice uno sciagurato retropassaggio di Gresko.

 

 

Si torna negli spogliatoi, ma la partita è finita in quel momento. Segneranno ancora Simeone e Simone Inzaghi di fronte a giocatori già scoppiati in lacrime, a partita in corso: Materazzi in campo, Ronaldo in panchina (Cúper, con cui aveva litigato ininterrottamente nel precedente mese, lo aveva appena sostituito, nell’ultima partita che giocherà con la maglia dell’Inter). Moratti è così amareggiato da commentare, con voce sommessa: «i miei giocatori sono dei poveri cristi, spero che la Lazio abbia vinto per sé stessa e non per conto di altri». Parole che riflettono la comprensibile delusione, qualunque cosa volesse dire.

Inter – Milan 1-1
Nel momento in cui gli astri del subcampeón eterno, Hector Cúper, si sono allineati con l’identità da bella e dannata che ha caratterizzato l’Inter nel ventennio di Moratti figlio, non era troppo azzardato immaginare come unico epilogo possibile una finale di Champions League negata dalla regola dei gol in trasferta.

L’avversario è il Milan di Ancelotti, il che rende il verdetto ulteriormente amaro da digerire: perché sono i rivali cittadini, e quella Champions l’avrebbero poi alzata al cielo nella notte di Manchester, e perché proprio in una sfida tutta milanese è difficile ragionare in termini di trasferta, se non come tragico scherzo del calendario.

Il Milan è probabilmente una squadra più forte, che in campionato aveva vinto entrambi i derby. L’Inter ha tanta garra, ma paga le rotazioni corte, l’assenza di Vieri, che dopo una stagione in stato di grazia s’era infortunato al ginocchio, e un tasso tecnico insufficiente per fronteggiare il centrocampo stellare del Milan (Pirlo – Seedorf – Gattuso – Rui Costa). Allo scadere del primo tempo, Shevchenko segna un gol incredibile: accenna un taglio alle spalle della difesa, che Seedorf legge perfettamente, con il primo controllo evita l’intervento di Cordoba, poi prende un calcione sulle caviglie che gli fa perdere l’equilibrio, e in caduta riesce ugualmente a coordinarsi per anticipare l’uscita di Toldo.

Cúper prova a cambiare qualcosa durante la pausa, ha fiducia che il 18enne Martins non possa fare peggio dell’abulico Recoba, e il nigeriano lo premia con il gol del pareggio. Raccoglie un rinvio sbilenco di Costacurta e si lancia in avanti mentre Maldini sta ancora cercando di prendere posizione, fulminato dalla bruciante accelerazione. Mancano dieci minuti, servirebbe un altro gol, ma Abbiati si oppone prima a Kallon e poi a Cordoba, sigillando il più beffardo dei pareggi.

GLI ALLENATORI PIÙ AMATI

Helenio Herrera
Per capire la psicologia di Herrera bisogna affondare nelle sue radici, in quegli avventurosi viaggi della speranza che Brera raccolse meravigliosamente nella definizione “epos desperado”. Nato in Argentina da poverissimi emigrati sivigliani, che dopo la prima guerra mondiale decisero di riattraversare l’Atlantico per cercare fortuna in Marocco, Herrera trascorse la sua infanzia a metà tra Buenos Aires e Casablanca. A diciott’anni riuscì a imbarcarsi su una nave per la Francia, prestando servizio da sguattero. Non era dotato di particolare talento, ma l’animo scaltro e la vocazione ciarlatana gli procurarono numerosi ingaggi da calciatore presso squadre locali, mentre studiava per diventare allenatore.

Angelo Moratti lo pescò in Spagna molti anni dopo, dove si era ormai affermato come uno dei più brillanti tecnici d’Europa sulle panchine di Atlético Madrid e Barcellona. Quando intuì i margini di trattativa, chiese cifre spropositate per l’epoca, che ebbero l’effetto di valorizzare la figura dell’allenatore sul mercato («grazie a Helenio ho raddoppiato i miei guadagni», ricordava lo storico rivale Nereo Rocco). La ricetta del successo di Herrera consisteva in una combinazione di flessibilità tattica, preparazione atletica all’avanguardia e goffi slogan motivazionali di ispirazione futurista, appesi alle pareti dello spogliatoio e ripetuti in coro dalla squadra prima di ogni partita.

 

 

Quando arrivò in Italia ripropose il WM, ma al momento giusto seppe tornare sui suoi passi e convertirsi al catenaccio. L’intuizione di muovere Picchi in posizione di libero cambiò il volto alla Grande Inter, e la carriera di Picchi, ma Herrera iniziò a vincere con regolarità quando lanciò in prima squadra due talenti delle giovanili che avrebbero segnato gli anni Sessanta del calcio italiano: Giacinto Facchetti e Sandro Mazzola. Quando Moratti lasciò la presidenza dell’Inter nel 1968, stanco e deluso dal calo della squadra, Herrera se ne andò con lui, dopo aver vinto tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali in otto gloriose stagioni. Per un cittadino del mondo, era di nuovo tempo di cercar fortuna altrove.

Giovanni Invernizzi
«Figlioli miei andate, andate su, che fantasia figlioli miei, ma di che parliamo?». ll presidente Fraizzoli siede da solo, affranto, in coda all’aereo che riporta l’Inter a Milano dopo una trasferta a Napoli. L’Inter ha appena perso la terza partita nelle prime sette giornate. A quel punto il Napoli dista 6 lunghezze e il Milan ne dista 7, che in un campionato composto da 30 giornate, in cui la vittoria assegna 2 punti, è un’enormità.

Eppure Burgnich è convinto che la squadra abbia giocato veramente bene, e che giocando sempre così quel distacco si accorcerà. Lo dice a Mazzola che lo dice a Facchetti, e ne nasce un’accesa terapia di gruppo: Mazzola tira fuori un opuscolo in cui è segnato il calendario di quella stagione, e si appunta i possibili risultati fino alla fine del campionato. Iniziano a credere che la rimonta sia possibile, ma Fraizzoli non vuole sentirne parlare: figlioli miei, di che parliamo?

Da qualche parte in quell’aereo siede anche Gianni Invernizzi, che da ragazzo era stato un possente terzino (mediano laterale, stando alla nomenclatura del Metodo), e negli anni Cinquanta aveva giocato 149 presenze con la maglia dell’Inter. Nel frattempo era diventato allenatore del settore giovanile, poi le frazioni insanabili tra l’ossatura storica della Grande Inter e il paraguayo Heriberto Herrera, profeta del movimiento, avevano costretto Fraizzoli ad affidargli la prima squadra in quella che sembrava una stagione di transizione.

Invernizzi non era convinto, fece mettere per iscritto che in caso di fallimento sarebbe tornato ad allenare i giovani, ma non ce ne fu bisogno perché dopo la sconfitta a Napoli l’Inter non perse più: 23 risultati utili consecutivi, tabella di marcia rispettata in pieno, undicesimo scudetto conquistato con due giornate d’anticipo, in un trionfale 5-0 al Foggia. Tra le decisive intuizioni che cambiarono la stagione, Invernizzi chiese e ottenne il reintegro in rosa di Bedin e Jair, riciclò Burgnich come libero allungandogli la carriera, e costruì una squadra tecnica e riflessiva attorno allo straripante Boninsegna, capocannoniere con 24 gol.

Fece anche esordire in prima squadra Bordon e Oriali, suoi pupilli nelle giovanili. L’anno seguente condusse l’Inter fino in finale di Coppa dei Campioni, e perse contro l’Ajax di Cruyff. Quella partita segnò la fine di un ciclo glorioso come quello della Grande Inter, ma Invernizzi aveva già gettato i semi per il successivo.

Eugenio Bersellini
Vinse uno scudetto con l’ultima Inter tutta italiana, nell’ultimo campionato precedente alla riapertura delle frontiere, dopo una gloriosa cavalcata in testa solitaria per tutta la stagione. Seppe unire la velocità di Muraro alla fantasia di Beccalossi e all’agilità di Altobelli, seppe lanciare con continuità in prima squadra i giovani del vivaio (tra cui Zenga, Ferri, e soprattutto Bergomi, che esordì a 16 anni e si presentò 18enne al Mundial ‘82), e seppe portare in avanti l’evoluzione del professionismo, con quei metodi di allenamento militareschi che gli valsero il soprannome di “sergente di ferro”.

 

 

Bersellini era convinto che la preparazione atletica si misurasse dal sudore. Era un maniaco dei ritiri: ogni estate portava la squadra per una settimana sulle montagne bellunesi, che conduceva attraverso corse nei boschi e nella “vasca del fango”, un terreno arato e inzuppato d’acqua per simulare gli allenamenti dei marines. Prescriveva diete ferree, personalizzate a seconda dello stato di forma dei singoli giocatori, introdusse lo stretching all’inizio e al termine di ogni sessione, e se la squadra non correva scattavano le punizioni, tra cui l’obbligo di dormire con una tavola di legno sotto il materasso.

Nel quinquennio sulla panchina dell’Inter, Bersellini vinse anche due Coppe Italia, oltre allo scudetto del 1980, e arrivò a un passo dalla finale di Coppa Campioni, in un doppio confronto equilibratissimo contro il Real Madrid di Santillana. Avrebbe poi allenato per altri trent’anni, in giro per l’Italia e per il mondo. Nel 2002 vinse un campionato in Libia, dove allenò anche per diversi anni la Nazionale. Ammirava molto il Manchester di Ferguson. A Saadi Gheddafi, figlio del colonnello che in Italia abbiamo visto di passaggio tra Perugia, Juventus, Udinese e Sampdoria, diceva che ne avrebbe fatto il suo Ryan Giggs.

Gigi Simoni
Gigi Simoni è entrato nel mondo del calcio nel 1955 e non ne è più uscito. Vanta il maggior numero di promozioni dalla B alla A nella storia del nostro campionato (7), perché dice di aver sempre preferito giocare per vincere nella serie cadetta al giocare per non perdere nella massima serie. Moratti lo scopre nel ’97, mentre conduce il Napoli attraverso una dignitosa stagione di alta classifica, condita da una finale di Coppa Italia. Ne apprezza subito i modi di fare garbati e quel pragmatismo un po’ retrò che si presta bene a ricompattare la squadra, scossa dai metodi e dalle scelte di Hodgson.

Simoni si presenta alla stampa e premette subito che, a dieci anni esatti dalla rivoluzione della zona, avrebbe riproposto il concetto di libero, perché «il calcio dev’essere esercizio di buon senso» e perché «la linea a parer mio toglie tranquillità ai marcatori». Moratti gli ha appena comprato Ronaldo, e Simoni si dice ancora incredulo, che si aspettava grandi acquisti, ma non di queste proporzioni (oggi la sua residenza pisana è piena di maglie del Fenomeno, che Simoni mostra con gli occhi lucidi ai giornalisti).

Con nessun altro allenatore, Ronaldo avrebbe avuto un rapporto così genuinamente affettuoso, in nessuno avrebbe ritrovato quell’umanità paterna che lo convinse a immolare il suo fisico per la causa nerazzurra. Simoni conosceva un calcio con poche variabili, fatto di marcatori, corridori, rifinitori, e poi del Fenomeno, il centro di massa del suo sistema solare. «In fondo il calcio è semplice: saper tenere il gruppo unito e valorizzare il capitale tecnico e umano che hai a disposizione».

Ronaldo lo porterà a «toccare il cielo con un dito», perifrasi molto elegante per riassumere il controverso campionato 97/98, e poi a vincere una Coppa Uefa, il trofeo più importante sollevato in quasi quarant’anni di onorata carriera. Fu esonerato l’anno successivo dopo uno storico 3-1 rifilato al Real Madrid, ma non smise mai di parlare bene di Moratti.

José Mourinho
«Dimmi una cosa in milanese che mi possa permettere di fare una figura scioccante alla prima conferenza stampa». Da un lato della scrivania siede Gianluca Miraglia, professore dell’Istituto italiano di cultura di Lisbona, dall’altro José Mourinho, che sa già che sarebbe diventato il prossimo allenatore dell’Inter, e ha scelto di portarsi avanti con l’apprendimento della lingua locale.

Davanti ai microfoni, Mourinho è il più bravo di tutti. Sa farsi trovare sempre preparato, e sa perfettamente quando cogliere le occasioni al volo. L’occasione gli capita quando un giornalista inglese, nonostante la premessa «non parlerò di mercato», gli chiede come si sarebbe ambientato Lampard nel campionato italiano. Mourinho svela il bluff, e gli risponde con tono misurato e impeccabile tempo comico: «sì, ma io non sono pirla». Ovazione in sala stampa, ridono tutti, tranne il giornalista inglese.

 

 

Nell’arco dell’esperienza italiana di Mourinho, il numero di memorabili successi è pareggiato soltanto dal numero di memorabili conferenze stampa (la prostituzione intellettuale, gli zero tituli, il rumore dei nemici, le repliche sfacciate e inattaccabili: «De Laurentiis ha detto che non la chiamerebbe mai a fare l’allenatore», «De Laurentiis non ha soldi per me»). È una voce ammaliante in un calcio che ha perso la capacità di raccontarsi, e che con lui si riscopre ambizioso, nuovamente in grado di attirare i grandi nomi internazionali.

Dopo una prima stagione vincente ma poco brillante, in cui si dedica allo sviluppo di Santon e Balotelli, punta su Lucio, Sneijder, Eto’o, insieme a Milito e Thiago Motta, pescati dal Genoa di Gasperini. Costituiranno l’ossatura della squadra campione d’Europa, un blocco compatto che poggiava sugli oliatissimi meccanismi difensivi e sull’irripetibile solidità mentale. Al termine della finale di Madrid, Mou abbraccia Materazzi e abbandona lo stadio in lacrime. Era preparato a lasciare all’apice del successo, ha colto al volo l’occasione.

I GIOCATORI “MINORI” RIMASTI NEL CUORE DEI TIFOSI

Benito Lorenzi
Classe 1925, come il nome di battesimo lascia intuire, Lorenzi nacque in una frazione di Buggiano, Pistoia. Dopo una brillante stagione nell’Empoli, per entrare nell’Inter dovette sostenere un provino nell’Arena: conduzione palla, tiri al volo, dribbling e calci di punizione. Fu il Bepin Meazza, nel frattempo diventato dirigente, a comunicargli che gli esami erano stati brillantemente superati: «benvenuto nella nostra grande famiglia nerazzurra, Benito».

 

 

La provincia toscana ti rimane dentro, come avrebbe scritto anni dopo un altro emigrato nella metropoli milanese, Luciano Bianciardi, e quell’irriverenza spavalda che Lorenzi portava in campo ogni domenica costituiva la cifra della sua toscanità. Il soprannome “Veleno” gli era in realtà stato affibbiato dalla madre Ida, che faticava a contenerne la vivacità, ma tifosi e giornalisti ci misero poco ad adottarlo.

Prima di saltare di testa, strizzava i testicoli agli avversari per guadagnare vantaggio; menava anche i compagni, quando sbagliavano gol facili; ai Mondiali di Svizzera, a fronte di un arbitraggio spudoratamente casalingo, prese a calci il signor Viana. Incredibilmente, non fu neanche ammonito. «Certo, se lo meritava», sosteneva sicuro. Si manteneva in forma la sera, nei locali di tango e fox trot, poi in campo faceva ballare i difensori.

Segnò 143 gol in 11 stagioni con l’Inter, quella di Nyers e Skoglund che vinse due scudetti nel primo Dopoguerra. Nell’ultimo derby, acciaccato nel corpo ma non nello spirito, approfittò delle proteste per un rigore assegnato al Milan nei minuti finali. Mise una fetta di limone sul dischetto, sotto il pallone, Cucchiaroni sbagliò e l’Inter vinse, mentre Lorenzi scappava per fuggire ai tifosi rossoneri.

Gianfranco Bedin
Fu il diretto antenato di Oriali nella linea di discendenza dei mediani nerazzurri, il numero “quattro” che si inseriva perfettamente tra Facchetti e Guarneri nella filastrocca della Grande Inter. Sosteneva che per eccellere nel ruolo, che gli imponeva di marcare a uomo i più forti giocatori dell’epoca, servisse la fame. Quella di chi è nato poverissimo tra le baracche di San Donà di Piave, con l’acqua che gli entrava in casa quando pioveva, e dopo la straordinaria carriera si è rimesso in gioco: ha preso a 45 anni il diploma di terza media ed è diventato assicuratore per le agenzie di calciatori.

Per resistere agli sfiancanti compiti di marcatura, sicuramente aiutava avere due quadricipiti grossi come blocchi di marmo e una straordinaria elasticità, che gli permetteva di recuperare subito l’equilibrio anche dopo aver ceduto a una finta. Ne ha subite tante, di finte, tallonando Rivera, Sivori, Eusebio, Pelé. Secondo Herrera non era importante in che zona di campo agissero gli avversari che gli assegnava, potevano essere registi, trequartisti, attaccanti. Era importante che fossero i più forti dell’altra squadra, e che non toccassero palla.

Bedin ci riusciva senza passare dalle maniere forti, ingaggiando una sfida di nervi con il diretto duellante, fatta di pizzichi e leggeri strattoni, con l’obiettivo di rubare il tempo, giocare d’anticipo: «ogni mediano sa che il modo migliore per rubare un pallone è arrivare un attimo prima». Ha vinto tre scudetti in dieci anni all’Inter, l’ultimo è stato il più importante sul piano della rivalsa personale. Heriberto Herrera lo aveva messo fuori rosa perché ormai inadatto a reggere i suoi ritmi di gioco. Quando fu esonerato, il nuovo allenatore Invernizzi fece mettere nero su bianco una condizione: “reintegrare Bedin”. E vinse il campionato.

Graziano Bini
È stato un grande libero, fedele all’interpretazione del ruolo nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta. Come tanti altri ragazzi della sua generazione, fu scovato da Helenio Herrera quando aveva 13 anni, e giocava nelle giovanili della Cremonese, la squadra della sua città. Diventò stabilmente titolare nell’Inter soltanto dieci anni dopo, su intuizione di Bersellini che affidò il ruolo di libero a quello stopper vicino al metro e novanta, e ne affinò le doti tecniche.

Il fisico aitante lo rendeva insuperabile nei duelli aerei, di testa segnò un gol importantissimo, all’ultimo minuto di una finale di Coppa Italia che l’Inter vinse in rimonta contro il Napoli. È stato uno dei leader silenziosi dell’Inter di Bersellini, non amava le telecamere ma nello spogliatoio era molto rispettato: toccava a lui l’ingrato compito di bussare alla porta del Sergente per chiedergli di ridurre i giorni di ritiro. Richiesta puntualmente rispedita al mittente. Non raggiunse mai la Nazionale, perché chiuso da Scirea, ma collezionò in maglia nerazzurra 343 partite, nei quindici anni di fedele militanza.

Nella Coppa Campioni ‘81 segnò un gol in semifinale al Real Madrid, inutile per ribaltare il 2-0 rimediato al Bernabeu, ma destinato a rimanere impresso nella memoria dei tifosi dell’epoca: «nove su dieci mi chiedono di quel gol», dirà molti anni dopo. Tutta l’azione è bellissima, e rende l’idea di che giocatore completo fosse: si sgancia palla al piede dalla linea di difesa, come sempre a testa alta, detta la combinazione ad Altobelli che la chiude di tacco, poi si appoggia a Muraro che nuovamente lo serve sulla corsa con un tacco volante. Quando si presenta in area di rigore, spiazza freddissimo Agustin con il sinistro.

 

 

Carlo Muraro
Abbandonò da piccolissimo la nativa provincia di Padova per trasferirsi con la famiglia a Milano, nel borgo di Villapizzone, uno dei quartieri periferici della cintura urbana che l’Inter scandagliava in cerca di giovani talenti. Esordì in prima squadra nel ‘74, appena diciottenne, su intuizione di Helenio Herrera. Il Mago della Grande Inter era da poco tornato per rinverdire i fasti del passato, ma sarebbe stato costretto a breve a lasciare l’incarico per problemi cardiaci.

Muraro è stato un’ala molto veloce, che i suoi allenatori, Bersellini su tutti, incensavano per l’umiltà, lo spirito di sacrificio e la carica combattiva. I tifosi lo soprannominarono «Jair bianco» quando rividero nel numero “11” la stessa rapidità, gli stessi cambi di passo, la stessa naturalezza nel passare dal piede sinistro al piede destro. A dispetto di un fisico non statuario, era anche fortissimo di testa, impressionante nello stacco da terra e ineffabile nel tempismo dell’inserimento.

I numerosi infortuni lo costrinsero a una carriera più breve di quanto sperasse, ma fu una bandiera dell’Inter tutta italiana a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Nel primo turno della Coppa Campioni ‘81 segnò un gol iconico quanto quello di Bale in finale di Copa del Rey: 80 metri di strappi in allungo con la palla, mentre i difensori del Craiova gli rimbalzavano addosso come inghiottiti dall’accelerazione.

Julio Cruz
L’origine del soprannome si perde nella mitologia del calcio argentino. Nella versione più affascinante, il 15enne Júlio tagliava il campo del Banfield per arrotondare uno stipendio, finché un giorno mancava un giocatore per arrivare a 22, e tutti scoprirono le qualità del Jardinero. Nella versione più accreditata, quando giocava per le giovanili del Banfield si divertiva a sedersi sui tractorcitos per tagliare il prato del campo, e un dirigente lo provocò con tono canzonatorio: «Jardinero, accorcia un po’ l’erba in area, che deve allenarsi la prima squadra».

Dal Banfield, che l’ha fatto esordire negli stessi anni in cui lanciava un numero “4” molto amato da queste parti, è arrivato all’Inter passando attraverso River Plate, Feyenoord e Bologna. Il calcio italiano lo scoprì in una notte di Champions in cui rimediò una figuraccia alla Juventus di Lippi, poi finalista, spostando Ferrara a spallate dall’alto del suo metro e novanta. Segnò una doppietta in quell’occasione, ma alla Juve avrebbe segnato ancora altre 9 volte con la maglia dell’Inter (e una col Bologna). Con un’altra doppietta firmò la più bella vittoria dell’Inter di Zaccheroni, quell’1-3 al Delle Alpi in cui l’Inter non vinceva da dieci anni.

Cruz è stato una punta «un po’ antica e un po’ moderna», come lo definì Beenhakker ai tempi del Feyenoord. Era molto alto, ma si trovava a suo agio ad agire da seconda punta, a innescare combinazioni nello stretto, con quel destro che poteva essere ferro e poteva essere piuma. Nell’arco di sei stagioni all’Inter ha segnato 75 gol in 195 presenze, una lunga serie di perle che raccolte in fila contengono una preziosa lezione per gli aspiranti centravanti: scegli che tipo di attaccante vuoi essere, Júlio Cruz era tutti questi insieme.

 

 

STORIA RECENTE

I tifosi interisti sono storicamente disillusi, per questo però nei momenti peggiori si difendono con un ottimismo irrazionale. Un ottimismo che può sembrare qualcosa di più, quantomeno ambizione, se filtra da una voce autorevole per il mondo nerazzurro come quella di Roberto Mancini, icona del primo ciclo veramente vincente dell’era Moratti.A maggio del 2016 Mancini si era detto sicuro che «la strada intrapresa per tornare ad alti livelli, lotta per lo Scudetto compresa, è quella giusta». Tre mesi dopo, nella tormenta di malumori e incomprensioni con l’appena subentrata proprietà cinese, ha raccolto una buonuscita e abbandonato la nave, a due settimane dall’inizio del campionato.È la prima tessera del domino che fa precipitare tutte le altre, la prima strofa della filastrocca De Boer-Vecchi-Pioli-Vecchi (gli altri allenatori che si sono seduti sulla panchina dell’Inter l’anno scorso). Frank de Boer atterra in italia da solo, in compagnia dei cattivi presagi: gli editoriali dei quotidiani che titolano «una scelta rischiosa», il mercato in uscita che non decolla, e gli consegna una rosa di 29 giocatori, l’esclusione degli ultimi arrivati João Mário e Gabigol dalle liste UEFA per le restrizioni del Fair Play Finanziario.

Dopo due mesi, con lo spogliatoio che lo mette apertamente in discussione e la stampa che lo deride, De Boer è già un ex-allenatore dell’Inter. Le parole del suo agente dopo l’esonero restituiscono la fotografia di un alieno finito per sbaglio su un altro pianeta, a cui hanno pure rubato l’astronave: «Non gli è mai stato fatto capire niente, anche se ieri gli è sembrato strano non vedere nessuno dei dirigenti al campo di allenamento. Lui però ha lavorato come se nulla fosse».

Pioli raccoglie una squadra a metà classifica, praticamente eliminata dall’Europa League, e prova subito a imporre la sua impronta di gioco verticale e aggressiva. Per un po’ sembra funzionare, poi le energie iniziano a mancare, gli obiettivi si allontanano, insieme alle motivazioni, e il direttore Ausilio è costretto a sollevare bandiera bianca: «Nel calcio è come nelle aziende, se non programmi bene, puoi andare incontro a una stagione negativa. L’Inter quest’anno ha programmato male, abbiamo cambiato 4 allenatori, arriveremo settimi o ottavi».

Ovvero, fuori dalle coppe: la posizione ideale per prendersi un anno di pausa e ripartire con serenità.


E ADESSO CHE SUCCEDE?

Le partite di precampionato servono a poco più che rodare qualche schema e attirare qualche sponsor, eppure Luciano Spalletti ha voluto lanciare da subito il messaggio che qualcosa fosse cambiato: nella tournée in Singapore, l’Inter ha vinto in scioltezza contro Lione, Chelsea e Bayern Monaco, dopo che l’estate precedente aveva incassato 6 gol dal Tottenham, 3 gol dal Psg, 4 gol dallo stesso Bayern Monaco. L’ingaggio del tecnico toscano, unito alla campagna mediatica #interiscoming (che ha raccolto in forma d’hashtag la puntuale promessa di un futuro migliore), ha in qualche modo oscurato il successivo mercato estivo, incapace di tenere il passo in termini di puro hype.

I titoli e i fotomontaggi che avvicinavano all’Inter giocatori del calibro di Vidal, Nainggolan, Rüdiger, si sono sciolti come granite al sole di agosto, che ha riportato realismo e buon senso nell’ambiente interista. Qualcosa è cambiato, però, anche nella direzione del mercato: se le ultime campagne acquisti erano state condotte alla ricerca del colpo sensazionale, del giovane talento che potesse esplodere e consacrarsi con la maglia dell’Inter, Sabatini e Spalletti hanno preferito muoversi con cautela verso nomi di comprovata affidabilità, abituati a giocare all’interno di sistemi di gioco dai principi affini a quelli della nuova Inter.

Così sono arrivati Skriniar dalla Sampdoria (in prospettiva, il più grande talento acquistato in estate), Dalbert dal Nizza, Cancelo dal Valencia, Vecino e Borja Valero dalla Fiorentina, e il giovanissimo Karamoh dal Caen. Tutti giocatori che condividono discrete proprietà tecniche, un buon bagaglio di esperienza maturato nei grandi campionati europei, e l’abitudine a controllare il ritmo della partita con la circolazione del pallone: in linea di massima, una selezione fedele all’impronta che Spalletti sta provando a trasmettere alla squadra. Idealmente l’Inter dovrebbe giocare con il 4-2-3-1, ma ci sono margini di vedere maggiore fluidità in corso d’opera, partendo da una linea di difesa a tre, per arrivare a un centrocampo capace di ruotare tre o quattro uomini senza soluzione di continuità.

 

 

Al netto di un calendario agevole, nelle prime 5 giornate di campionato l’Inter ha ottenuto 13 punti, un risultato che premia il grande lavoro di Spalletti, da subito in grado di trasmettere motivazioni e idee chiare a una squadra fiaccata nella fiducia e nello spirito di gruppo. Con un gioco di transizioni che esalta Perisic e Icardi come terminali offensivi, e che può potenzialmente ispirare grandi passatori come João Mário e Borja Valero, l’Inter punta a riprendersi almeno quel quarto posto che la riporterebbe alle soglie della Champions League, con tutti i vantaggi economici che ne conseguirebbero. La speranza è che, alla lunga, non avere impegni europei si riveli una fortuna – non averne anche l’anno prossimo sarebbe una tragedia.

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L’Ultimo Uomo è una rivista online dedicata alla cultura sportiva. Questo articolo è stato scritto da Federico Aquè e Francesco Lisanti.

 

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