CONCEPIMENTO

I viaggi più belli della nostra vita sono quelli senza meta: uscire dalla porta di casa con uno zaino sulle spalle e incontriamo nuovi amici strada facendo. È così che siamo cresciuti: partivamo per andare ai concerti che ci piacevano (il Boss), ci lanciavamo in avventure on the road ben poco organizzate e alla sera trascinavamo i nostri corpicini stanchi in qualche ostello. Per noi era impagabile l’atmosfera che ci trovavamo, i rapporti che si creavano tra viaggiatori, in cui non importava da dove venissi, dove andassi, il tuo genere, il colore della tua pelle, il tuo conto in banca. Eravamo tutti uguali, tutti sotto lo stesso tetto. La sensazione di far parte di una grande famiglia è il motivo per cui, anche se le nostre vite ora sono più “adulte” e “ordinate,” siamo ancora tutti backpacker.

Flash forward a qualche anno più tardi quando, al posto di uscire con lo zaino in spalla per andare ai concerti, uscivamo con la 24ore per andare in ufficio. I nostri lavori ci piacevano, ma sentivamo che qualcosa ci mancava. Ma cosa? Nelle serate passate a chiacchierare sul divano ogni tanto veniva fuori il sogno, un miraggio ancora, di poter aprire un posto come quelli che ci facevano sentire a casa durante i nostri viaggi. Il sogno non si fermava lì: noi avremmo voluto aprire il nostro ostello, ma non ci immaginavamo un ostello qualsiasi, lo immaginavamo BELLO.

Perché un ostello? – La storia di Carlo

Maggio 2006. Cartagena, Colombia. Ostello Casa Viena, camera da 12 persone, 40 gradi e un forte odore di mango che proviene dalla finestra che si affaccia sulla strada. Saranno da poco passate le cinque del pomeriggio e dalla porta entra Jake che chiede “Hi guys, what about going out for dinner together tonight? Who’s in?”.

Siamo tutti perfetti sconosciuti. Tranne una coppia di inglesi, stiamo tutti viaggiando da soli. Usciamo a mangiare. Dopo due giorni ci ritroviamo su una furgoneta, vogliamo raggiungere il Venezuela lungo la costa colombiana. Undici persone provenienti dai cinque diversi continenti stanno andando dritte dritte verso la libertà. E le sfide a chi riconosce per primo le canzoni alla radio, i vestiti scambiati o regalati a seconda delle esigenze, le empanadas divise in due, in tre, in quattro, in undici. Le soste per sfidare i local a calcio. Le foto fatte abbracciandosi, sorridendo, ridendo. Perfetti sconosciuti, felici di essere insieme e di condividere ogni momento.

In una decina di giorni arriviamo al Parco Nazionale di Tayrona. Posteggiamo la macchina e ci addentriamo nella vegetazione. Dopo quattro ore arriviamo a destinazione: un piccolo promontorio che, dopo il tramonto, resta isolato dalla terraferma per effetto della marea. Lì, sotto una copertura di tegole posate su travi di legno, c’è la possibilità di mettere la propria amaca per poi godersi lo spettacolo dell’Amazzonia che si tuffa nei Caraibi. Dovremmo fermarci a Tayrona per 2 notti. Stiamo lì 16 giorni.

Una sera si forma una tavolata con altri viaggiatori e, alla luce delle candele, ci raccontiamo storie e aneddoti, ci confrontiamo: “Io devo essere a Ushuaia entro 6 mesi, cosa mi consigliate di fare? E’ meglio attraversare il Brasile o seguire la Cordillera?”. “Io voglio arrivare in Thailandia via mare, è vero che da Santiago è facile trovare lavoro su qualche nave diretta ad Auckland?”. “Io ho ancora 12 mesi per raggiungere l’Alaska, quali sono i posti assolutamente da non perdere in America Centrale?”.

In quell’esatto momento ho capito.

Era come se fossi seduto al G8: i potenti del mondo erano lì intorno a me. Persone che potevano decidere in ogni momento dove, quando e con chi andare. Avevo intorno a me la Nazione migliore del mondo: il popolo dei viaggiatori. E ci trovavamo insieme grazie a un ostello. Non sapevo quando, ma prima o poi lo avrei fatto. Avrei creato nella mia città una casa per quel popolo. Per la prima volta, nella mia mente prendeva forma questo sogno.

Settembre 2009 – Milano, Italia

I primissimi compagni di viaggio sono stati Pietro e Nicola, amici da anni. Con Pietro Vecchi avevamo visto il primo immobile per fare un ostello già nel 1997, ma senza troppo impegno. Nel 2007, invece, durante una cena a Buenos Aires, ho ritrovato Nicola Specchio che era anche lui reduce da lunghi viaggi in SudAmerica e da quel momento abbiamo iniziato a parlare insieme di questo possibile progetto.

La vera svolta, però, è arrivata nel settembre 2009, quando insieme all’Associazione 11 Metri, attiva nella creazione di progetti culturali per la città di Milano, abbiamo messo giù le basi per il progetto dell’ostello. Un architetto ci ha presentato un piano di rivalutazione di un edificio in Bovisa che sembrava perfetto per noi – tre piani, un bel cortile interno, vicino alla fermata Dergano della metropolitana. Per la prima volta ci siamo trovati a dover fare una trattativa economica, e per farla dovevamo fondare una società. Abbiamo fissato dei parametri finanziari per le quote e abbiamo chiesto a decine e decine di amici se fossero interessati a partecipare. Alla fine ci siamo ritrovati in undici. Così è nata l’Ostello Bello Srl.

Non si sa bene come sia nato il nome “Ostello Bello”, e ognuno di noi cerca di prendersi il merito, ma c’è solo un elemento certo: è venuto fuori durante una serata in cui tutti avevamo alzato parecchio il gomito. Il nome ci piaceva molto perché era italiano, semplice, facile da ricordare per gli stranieri. E, ammettiamolo, anche perché era sufficientemente stupido per poterci rappresentare.

Una volta creata la società potevamo firmare il contratto preliminare di affitto dell’immobile. Dopo oltre un anno di lavoro, tutto era pronto. A metà ottobre 2010, però, è arrivata la notizia che nessuno aspettava: la proprietà non era più interessata a portare avanti le trattative. Il motivo ci ha lasciati a bocca aperta: una delle nostre condizioni era di poter usare lo spazio per attività di promozione culturale, ma per i proprietari tale condizione era inaccettabile: “Chi ci garantisce che poi non ci fate una moschea?” – non avevamo parole.

Per fortuna, nonostante il contratto già in mano, avevamo deciso di continuare a cercare e a fare ulteriori sopralluoghi per altri immobili. Appena dopo la prima delusione, abbiamo ricevuto una chiamata dal proprietario dell’immobile in via Medici (un ex showroom di mobili di design), che aveva visto i dati della società e ci autorizzava a fare il sopralluogo. Il 23 dicembre 2010 abbiamo firmato il contratto di locazione, a quel punto non potevamo fare altro che inaugurare l’immobile con una gran bella festa di capodanno. Centinaia di amici (siamo undici soci!) su e giù per i cinque piani di Via Medici 4. Una gran bella festa.

Per i mesi successivi io, Pietro e Nicola abbiamo vissuto dentro lo spazio, tornando a casa giusto per fare la doccia. Dormivamo su materassi per terra, incontravamo continuamente amici che venivano a darci una mano. Ci siamo occupati da soli della ristrutturazione dell’immobile per risparmiare il più possibile: con i gessetti tracciavamo sul pavimento le linee su cui ci sarebbero stati i muri, i letti, i bagni, la reception. La maggior parte del mobilio è stata recuperata grazie a una sorta di “Lista Nozze” che abbiamo fatto girare online e tra alcune radio, per poi andare a recuperare il tutto tra scantinati e magazzini. L’aiuto che ci è arrivato dall’esterno è stato fondamentale, e ci ha fatto capire che questo non era più un progetto soltanto nostro, ma un sogno collettivo. E ci siamo impegnati a trasformare in energia positiva tutto il supporto che sentivamo.

La mattina del 13 agosto 2010 Xenia (la prima ragazza che ha lavorato in Ostello Bello) ci ha chiamati dicendo: “C’è una persona che chiede se siamo aperti.” Eravamo già registrati in Comune, le camere erano pronte all’uso, le spine delle birre già funzionavano…  ci siamo detti, “Ok, iniziamo”. Il primo ospite è stato Salvatore, (un signore siciliano che eravamo convinti fosse un poliziotto in borghese o un agente della Digos), poi sono arrivati due ragazzi francesi, poi quattro australiani… Nel giro di due settimane, l’ostello era pieno.

Suonerà un po’ megalomane, ma credo che tutto sia stato possibile non solo per la nostra determinazione. Ci sono momenti in cui ti senti una strana luce addosso. In quel momento la luce era su di noi. Eravamo nel posto giusto al momento giusto. Insieme.

E la luce ce la portiamo ancora addosso perché tutte le ragazze e i ragazzi con cui abbiamo condiviso questo percorso si sono dimostrate le persone giuste. E grazie a loro abbiamo raggiunto traguardi totalmente inaspettati.

Volevamo fare l’ostello più bello di Milano, nel 2011, quando in città gli ostelli erano pochissimi. Non ci passava neanche per la mente di poter ricevere i riconoscimenti che poi avremmo ottenuto. Poche settimane dopo l’apertura abbiamo notato che avevamo rating online fuori dalla norma: il nostro Ostello Bello piaceva davvero, e tanto. Era segno che la strada era giusta. Tre anni dopo è nato Ostello Bello Bagan, poco dopo è arrivato Ostello Bello Grande, poi gli altri due ostelli in Myanmar, Ostello Bello Como e Ostello Bello Bagan Pool, il nostro quarto ostello birmano. Nella primavera del 2018 abbiamo rilevato una proprietà meravigliosa nel cuore dell’Umbria, un ostello diffuso già esistente, con stanze che fanno impallidire gli hotel a 5 stelle, nato per mano di un ragazzo incredibile, che purtroppo ci ha lasciato improvvisamente. Speriamo ogni giorno di rendergli onore con l’impegno che mettiamo nel continuare quello che lui ha iniziato.

Non ci saremmo mai aspettati che il nostro sogno si trasformasse in una realtà così grande, così complessa e così impegnativa. Stiamo per affrontare un 2020 ricco di novità importanti, con nuove aperture in tre diverse città d’Italia. Guardiamo al futuro con la certezza che il Bello deve ancora arrivare.

 

 

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