ABSOLUTE BEGINNERS

Aprire un ostello è un sogno abbastanza comune tra amici. Siamo in tanti, infatti, a sognare di avere una casa dove persone provenienti da tutto il mondo possano ritrovarsi insieme. Magari con un bar caldo e accogliente e magari anche con musica dal vivo, mostre, presentazioni e tante altre iniziative culturali aperte alla città. Questo, almeno, è ciò che aveva in mente ognuno dei soci fondatori di Ostello Bello quando ha avuto inizio questa avventura, questo viaggio.

Per ognuno di noi, però, c’è stato un preciso istante in cui è stata presa la decisione di trasformare questo sogno in realtà. A qualcuno è capitato durante un viaggio, a qualcun altro è capitato in un momento particolare della propria vita, a qualcun altro ancora è capitato più o meno per caso. A me, è successo alla fine di un viaggio di quasi 9 mesi da Capo Horn a Panama.

Maggio 2006 – Cartagena, Colombia

Ostello Casa Viena, camera da 12 persone, 40 gradi e un forte odore di mango che proviene dalla finestra che si affaccia sulla strada. Saranno da poco passate le cinque del pomeriggio e dalla porta entra Jake che chiede “Hi guys, what about going out for dinner together tonight? Who’s in?”. Siamo tutti perfetti sconosciuti. Tranne una coppia di inglesi stiamo tutti viaggiando da soli. Usciamo a mangiare. Dopo due giorni ci ritroviamo su una furgoneta, vogliamo raggiungere il Venezuela lungo la costa colombiana. Undici persone provenienti dai cinque diversi continenti stanno andando dritte dritte verso la libertà. E le sfide a chi riconosce per primo le canzoni alla radio, i vestiti scambiati o regalati a seconda delle esigenze, le empanadas divise in due, in tre, in quattro, in undici. Le soste per sfidare i local a calcio. Le foto fatte abbracciandosi, sorridendo, ridendo. Tra perfetti sconosciuti, felici di esistere e di condividere.

In una decina di giorni arriviamo al Parco Nazionale di Tayrona. Posteggiamo la macchina e ci addentriamo nella vegetazione. Dopo quattro ore arriviamo a destinazione: un piccolo promontorio che, dopo il tramonto, resta isolato dalla terraferma per effetto della marea. Lì, sotto una copertura di tegole posate su travi di legno, c’è la possibilità di mettere la propria amaca per poi godersi lo spettacolo dell’Amazzonia che si tuffa nei Caraibi. Dovremmo fermarci a Tayrona per 2 notti. Stiamo lì 16 giorni.

Una sera si forma una tavolata con altri viaggiatori e, alla luce delle candele, si raccontano storie e aneddoti, si chiedono consigli, ci si confronta: “Io devo essere a Ushuaia entro 6 mesi, cosa mi consigliate di fare? E’ meglio attraversare il Brasile o seguire la Cordillera?”. “Io voglio arrivare in Thailandia via mare, è vero che da Santiago è facile trovare lavoro su qualche nave diretta ad Auckland?”. “Io ho ancora 12 mesi per raggiungere l’Alaska, quali sono i posti assolutamente da non perdere in America Centrale?”.

Ecco. In quell’esatto preciso momento è scattato tutto.

Perché era come se fossi seduto al G8, i potenti del mondo erano lì intorno a me. Persone che potevano decidere in ogni momento dove andare, quando andare e con chi andare. Quello che avevo davanti era il popolo migliore del mondo, il popolo composto da chi viaggia. E tutti ci trovavamo insieme in quel momento grazie a un ostello. Non sapevo quando ma avevo deciso che prima o poi lo avrei fatto. Lo avrei fatto davvero. Avrei creato nella mia città una casa per il popolo migliore del mondo. A ben vedere, alla fine è questo il motivo per cui, tutti noi, ci siamo trovati a fare Ostello Bello.

I primissimi compagni di viaggio sono stati Pietro e Nicola, amici da anni. Con Pietro Vecchi avevamo visto il primo immobile per fare un ostello già nel 1997, ma senza troppo impegno. Nel 2007, invece, durante una cena a Buenos Aires, ho ritrovato Nicola Specchio che era anche lui reduce da lunghi viaggi in SudAmerica e da quel momento abbiamo iniziato a parlare insieme di questo possibile progetto.

Settembre 2009 – Milano, Italia
La vera svolta, però, è arrivata nel settembre 2009, quando insieme all’Associazione 11 Metri, attiva nella creazione di progetti culturali per la città di Milano, abbiamo messo giù le basi per il progetto dell’ostello. Un architetto ci ha presentato un piano di rivalutazione di un edificio in Bovisa che sembrava perfetto per noi – tre piani, un bel cortile interno, vicino alla fermata Dergano della metropolitana. Per la prima volta ci siamo trovati a dover fare una trattativa economica, e per farla dovevamo fondare una società. Abbiamo fissato dei parametri finanziari per le quote e abbiamo chiesto a decine e decine di amici se fossero interessati a partecipare. Alla fine ci siamo ritrovati in undici. Così è nata l’Ostello Bello Srl.

Sono molte le persone che si assumono il merito di aver ideato il nome “Ostello Bello”, e la versione cambia in base a chi la racconta, ma c’è solo un elemento certo: Ostello Bello è venuto fuori durante una serata in cui tutti avevamo alzato parecchio il gomito. Parecchio. Il nome ci piaceva molto perché era italiano, semplice, facile da ricordare per gli stranieri. E, ammettiamolo, anche perché era sufficientemente stupido per poterci rappresentare.

Una volta creata la società potevamo firmare il contratto preliminare di affitto dell’immobile. Dopo oltre un anno di lavoro, tutto era pronto. A metà ottobre 2010, però, è arrivata la notizia che nessuno aspettava: la proprietà non era più interessata a portare avanti le trattative. Infatti, una delle nostre condizioni era di poter usare lo spazio per attività di promozione culturale, ma per i proprietari tale condizione era inaccettabile. La loro risposta definitiva? “Chi ci garantisce che poi non ci fate una moschea?”, testuali parole.

Per fortuna, nonostante il contratto già in mano, avevamo deciso di continuare a cercare e a fare ulteriori sopralluoghi per altri immobili. Volevamo infatti evitare l’effetto “Mannaggia, a saperlo prima….”, quella strana e odiosa dinamica per cui appena compri qualcosa dopo poche ore incontri qualcuno che te l’avrebbe regalata o che ti avrebbe dato per lo stesso prezzo qualcosa di migliore. Fortunatamente, dopo il “no” definitivo da Bovisa, abbiamo ricevuto una chiamata da Pieremilio Mornata, il proprietario dell’immobile in via Medici (un ex showroom di mobili di design), che aveva visto i dati della società e ci autorizzava a fare il sopralluogo. È stato uno dei nostri primi fan, il progetto gli è piaciuto da subito. Il 23 dicembre 2010 abbiamo firmato il contratto di locazione, a quel punto non potevamo fare altro che inaugurare l’immobile con una gran bella festa di capodanno. Centinaia di amici (siamo undici soci!) su e giù per i cinque piani di Via Medici 4. Una gran bella festa.

Per i mesi successivi io, Pietro e Ceri abbiamo vissuto dentro lo spazio, tornando a casa giusto per fare la doccia. Dormivamo per terra su dei materassi, avevamo il frigo per le birre, incontravamo continuamente amici che venivano a darci una mano: eravamo come dei trentenni in Erasmus. Ci siamo occupati da soli della ristrutturazione dell’immobile per risparmiare il più possibile: con i gessetti tracciavamo sul pavimento le linee su cui ci sarebbero stati i muri, i letti, i bagni, la reception. Insieme a Ema, Alice, Luca, Barbara e agli altri soci abbiamo svuotato 5 piani e tolto tutta la moquette dai pavimenti e dalle scale. Nicola ha rivestito tutte le tubature; abbiamo fatto – noi – tutti i carotaggi per gli impianti. Abbiamo portato a mano 3 tonnellate di piastrelle su 5 piani. Laura ci ha fatto i terrazzi, Murielle e Chiara hanno dato una mano con l’interior design, Elena ha disegnato tutte le scale, l’architetto che ci seguiva, Giovanni, aveva 26 anni e con suo papà Fabrizio si è fatto un mazzo tanto per darci una mano. La maggior parte del mobilio è stata recuperata grazie a una sorta di “Lista Nozze” che abbiamo fatto girare online e tra alcune radio, abbiamo girato il nord Italia a recuperare di tutto tra scantinati e magazzini. L’aiuto che ci è arrivato dall’esterno è stato fondamentale, anche per capire che non era solo un progetto nostro, ma di tutti. Da subito ci siamo resi conto che l’idea piaceva. E da subito trasformavamo in energia positiva tutto il supporto che sentivamo.

La mattina del 13 agosto 2010 Ceri stava imbiancando, io stavo mandando dei fax, Pietro era al piano di sopra a mettere a posto dei letti e Xenia (la prima ragazza che ha lavorato in Ostello Bello) ci ha chiamati dicendo: “C’è una persona che chiede se siamo aperti.” Eravamo già registrati in Comune, le camere erano pronte all’uso, le spine delle birre già funzionavano…  ci siamo detti, “Ok, iniziamo”. Il primo ospite è stato Salvatore, (un signore siciliano che eravamo convinti fosse un poliziotto in borghese o un agente della Digos), poi sono arrivati due ragazzi francesi, poi quattro australiani… Nel giro di due settimane, l’ostello era pieno.

Suonerà un po’ megalomane, ma credo che tutto sia stato possibile non solo per la nostra determinazione. Ci sono dei momenti in cui un individuo o un gruppo di persone ha come una strana luce addosso. In quel momento, eravamo le persone giuste nel posto giusto. Insieme.

Così come, fino ad adesso, si sono dimostrate le persone giuste, nel posto e nel momento giusto tutte le ragazze e i ragazzi con cui abbiamo condiviso questo percorso. Tutte persone che con il proprio lavoro e la propria dedizione hanno raggiunto traguardi totalmente inaspettati.

Volevamo fare l’ostello più bello di Milano, nel 2011, quando in città gli ostelli erano pochissimi. Non ci passava neanche per la mente di poter ricevere i riconoscimenti che poi avremmo ottenuto. Semplicemente, è successo che poche settimane dopo l’apertura abbiamo notato che avevamo rating online fuori dalla norma: il nostro Ostello Bello piaceva davvero, e tanto. Abbiamo quindi cercato di darci ulteriori obiettivi. Tre anni dopo è nato Ostello Bello Bagan, tre mesi dopo ancora è arrivato Ostello Bello Grande, poi gli altri due ostelli in Myanmar e lo scorso aprile è nato Ostello Bello Como. A dicembre è stato inaugurato Ostello Bello Bagan Pool, il quarto ostello birmano.

In ogni caso, lì eravamo solo all’inizio. In quei mesi non avevamo ancora idea delle difficoltà, della sempre maggiore complessità e dell’inevitabile aumento di responsabilità a cui saremmo andati incontro. Non immaginavamo che ci saremmo ritrovati come concorrenti fondi d’investimento con a disposizione centinaia di milioni di euro. Non ce l’aspettavamo, non ce lo immaginavamo ma, forse, meglio così: non ci sono mai piaciute le cose facili. Perché, sia chiaro, provare a far crescere Ostello Bello ogni giorno, giorno dopo giorno, anno dopo anno, non è certo un lavoro facile. Ma è il lavoro più bello del mondo.

Benvenuti a Ostello Bello

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